I segreti del "disclosure project"

Disclosure_projectDi misteri, si sa, è pieno l'universo. Inutile dire che sono innumerevoli i segreti che ci vengono tenuti nascosti come infinite sono le verità celate o semitaciute che non ci verranno mai esplicitamente dette. Una, ad esempio, è che il governo statunitense copre l’evidenza degli UFO da oltre 50 anni. La storia ha una data, un inizio e un luogo.

      On Line

IlluminatiCome dice la parola stessa gli Illuminati sono i portatori di luce, quelli che sanno, ma la loro luce è, apparentemente, Lucifero o Satana. Appartengono a tredici delle più ricche famiglie del mondo e sono i personaggi che veramente comandano il mondo da dietro le quinte. Vengono anche definiti la Nobiltà Nera, i Decision Makers, chi fa le regole da seguire per Presidenti e Governi.

Urzi
 "È giunto il momento di alzare il velo di segretezza che circonda l'esistenza degli Ufo e di far emergere la verità affinché la gente sia messa a conoscenza di uno dei più importanti problemi che la Terra si trova ad affrontare". (Paul Hellyer)

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La Macchina delle copie

copie

Questa volta vogliamo partire da un particolare emerso dai racconti degli addotti in Italia e
ancora prima negli U.S.A. Ad esempio (Linda Porter, 1963 Porterville, California.) la formazione
delle copie,che avviene all'interno di cilindri, sottolineando il fatto che, non vogliamo ripetere
quanto già conosciuto in merito a tale argomento, ma che si vuole soltanto trovare una possibile
spiegazione al funzionamento del meccanismo di copiatura .
Dalla testimonianze raccolte risulta che l'addotto viene introdotto in un contenitore
cilindrico trasparente totalmente immerso in un fluido caldo più denso dell'acqua e meno dell'olio
(così descritto dagli addotti) di colore verdastro dove è possibile respirare.
Il fatto che in poco tempo gli alieni e alcuni fazioni militari, riescano a creare una copia di
un individuo, uguale in tutto e per tutto, (tranne per la caratteristica di avere l'innesto di un' anima),
è molto interessante.

Lo gnosticismo in Paolo di Tarso

   
06 Giugno, 2013 | Category : Esoterismo | Author: Fonte | Commenti  

Paulus

Saulo (nome greco) nasce verso il 10 d.C. a Tarso, una città che si trovava nell’attuale Turchia. Figlio di farisei, aveva da giovane studiato a Gerusalemme divenendo – alla scuola di Gamaliele – fariseo osservante, fino a perseguitare la Chiesa nascente, ritenuta una setta da devastare.
Di mestiere era fabbricatore di tende (termine generico per indicare quella stoffa a vario uso che, per essere intessuta di peli di capre della Cilicia, veniva chiamata cilicium).
Si, narra che, mentre si recava a Damasco (forse verso l’anno 35) con un drappello di seguaci e lettere commendatizie del sinedrio per aggredire e molestare i cristiani di quella città, che egli considerava apostati del giudaismo, è colpito da una folgorazione improvvisa: Gesù gli si manifesta e lo chiama a portare il Vangelo tra le genti.

Generalmente si pensa a San Paolo come il “vero inventore” del cristianesimo quale noi lo conosciamo (Nietzsche) o più in generale come dello strenuo difensore, “apostolo”, del cristianesimo e della sua dottrina, suo convinto apologeta.

Tuttavia, gli studi pionieristici di Marcello Crateri, nonché le più recenti ricerche di Elaine Pagels, hanno messo in luce il carattere tipicamente gnostico di alcune importanti lettere di Paolo di Tarso.

Queste osservazioni però non sono mai state tenute in gran conto perchè la biblistica di estrazione cattolica ha sempre visto nell’insegnamento di Paolo di Tarso l’insegnamento anti-gnostico per eccellenza. Inoltre, un altro elemento favorente il “mutamento di paradigma”, sia in sede propriamente filologica sia nel contesto più ampio della storia delle religioni, può essere il ritrovamento del Codice Manicheo di Colonia (Codex Manichaicus Coloniensis), che evidenzia l’influsso paolino sullo sviluppo dell’illuminazione del profeta Mani, il Vivente, fondatore della corrente manichea.

Riassumendo lo “stato dell’arte”: vi sono tracce gnostiche rilevanti e significative in alcune lettere di Paolo. Nella prima ai Colossesi (1,19) si parla di Dio come del Pleroma, usando un termine tecnico degli gnostici. Dunque, Paolo enuncia un tema tipico della teologia gnostica. Purtroppo l’infelice traduzione attuale proposta dalla Chiesa fa perdere completamente il sapore originario, e appare piuttosto edulcorata: vi si legge che in Gesù Cristo dimora la “pienezza” (non si capisce di cosa…). Si suole forse sottintendere la “pienezza divina”. Ma questo ha poco senso. Non si capisce perché parlare di pienezza, termine fra l’altro assente dalla teologia cattolica.

Se invece assumiamo l’espressione per quello che è, cioè Pleroma (come termine tecnico teologico, in effetti ancora in uso nel cristianesimo ortodosso), tutto trova pieno significato e chiarezza. Secondo la gnosi valentiniana Gesù è chiamato il “fiore del Pleroma” in quanto ultimo Eone ad essere emanato dopo la caduta. Esso sarebbe stato emanato dalla totalità degli altri eoni, da tutto il Pleroma nella sua interezza. Ecco perché in lui risiede il Pleroma. Ovviamente la traduzione “addomesticata” proposta oggi cela la malizia interpretativa per non far emergere questi significati e questi richiami. Tuttavia è di una evidenza lampante la ricchezza di significato che assume ogni singola espressione se sottoposta alla giusta esegesi.

Ancora: Paolo accetta la tripartizione degli uomini tipica degli gnostici. In Corinzi 2, 11-15

“Esponiamo sì la sapienza ai perfetti (i perfetti sono, secondo la Gnosi, gli pneumatici quelli che hanno ricevuto l’iniziazione segreta cioè il Battesimo di Fuoco, N.d.R.)…ma non una sapienza di questo mondo… esponiamo una sapienza velata di mistero. [….]. L’uomo psichico (psychòs) non accoglie le cose dello Spirito: per lui sono follia e non le può intendere… L’uomo pneumatico giudica ogni cosa ma da nessuno egli è giudicato”.

Più gnostico di così…

Ancora: San Paolo nel parlare della natura del Corpo di resurrezione, lo chiama Corpo Glorioso, facendo intendere che non sarà un corpo fisico, perché “la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio” (II corinzi 3,7; I corinzi 15, 50). Precisa anche che esiste una distinzione fra un il “corpo animale” e il “Corpo Spirituale” (I cor.15,44), proprio come nelle cosmologie gnostiche!

Il “corpo glorioso” paolino è un tema che non ricorre in nessun altro testo canonico: esso invece è ben presente agli autori gnostici e se ne dà ampia descrizione nella Pistis Sophia e nell’Inno alla perla. Infine quando Paolo parla del Corpo Spirituale lo chiama “seminarium” perché esso è un seme da far germogliare dentro di noi, come insegnano l’ermetismo (che parla di Hermes come genio interiore, in-genium= generato dentro) e quasi tutta la tradizione esoterica in genere.

Inoltre sembra che Paolo usasse una ben nota terminologia tipica degli gnostici per caratterizzare le potenze ostacolatici. Mentre usa raramente il termine ebraico “Satana” sembra più volte parlare di “arconti” come uno gnostico.

“Nessuno degli Arconti di questo mondo ha potuto conoscere la nostra Sapienza: se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (I Corinzi 2: 8), nonché: “La nostra lotta non è contro la carne ed il sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori (Arconti) di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria”. (Efesini 6. 12 ). Da notare che i nemici qui non sono esseri del mondo infero o sotterraneo ma aerei, cioè potenze del mondo intermedio, celesti. A conferma di ciò egli li chiama Potestà e Principati cioè con i nomi che più avanti la Chiesa userà invece per definire gli ordini angelici.

Non è peregrino notare dunque che le gerarchie angeliche usualmente designate come “celesti” potessero essere intese da Paolo quali angelici diabolici servitori del Demiurgo, quello che gli Gnostici sapevano essere il falso dio dell’Antico Testamento. Se consideriamo l’insofferenza di Paolo per la Legge ebraica veterotestamentaria, ecco che il cerchio si chiude!

Il tema del Demiurgo, si badi, ricorre con una certa coerenza, anche negli scritti apocrifi attribuiti all’Apostolo: nell’Apocalisse di Paolo si fa menzione all’incontro con un vegliardo che presiede al Settimo Cielo ed incapace di guardare in alto. Secondo la buona interpretazione del Moraldi si tratterebbe del demiurgo Sebaoth, qui reso con le caratteristiche iconografiche del Dio ebraico (cfr. Apocalissi gnostiche, Adelphi.)

Ricorderei anche che uno dei primi a segnalare l’incompatibilità tra il Dio veterotestamentario e quello di cui si fa testimone il Cristo, fu il vescovo Marcione. E’ controverso ancora se Marcione debba essere considerato propriamente uno gnostico. E’ certo però che egli denuncia tutti gli aspetti del Dio ebraico che gli gnostici dichiaravano “arcontici”. Ora, Marcione, seppur ritenuto in seguito “eretico”, fu il primo a cercare di definire quali scritti cristiani fossero canonci. Nel canone egli inserì proprio le lettere di Paolo; inoltre, secondo la tradizione della Chiesa marcionita (in pratica estintasi nel VI secolo) Marcione sarebbe stato discepolo diretto di Paolo.

A ben intendere Paolo doveva essere uno gnostico che la sapeva lunga, oppure uno che condivideva buona parte di ciò che era patrimonio delle comunità cristiano-gnostiche del suo tempo. Di sicuro però fece delle scelte che lo portarono in una certa direzione che vedremo, soprattutto alla luce del materiale documentario di recente ritrovamento.

In effetti, la lotta di Paolo contro la comunità essena di Giacomo e la fazione di apostoli che lo seguiva – Filippo, Tommaso ecc… – si esprimeva nelle lettere paoline in un atteggiamento di chiusura verso certe comunità del nascente mondo cristiano, che riconoscevano l’autorità di Giacomo e che non a torto sono state identificate con le prime comunità gnostiche scontro peraltro che si concretizzò anche nel primo “concilio” di Gerusalemme (Atti, 15).

Il “gruppo di Giacomo” seguiva la corrente propriamente “essena”, mentre lo stesso Gesù, impropriamente detto “nazzareno”, era un Nazira, cioè seguace di una linea nazorea, piuttosto autonoma all’interno del mondo esseno rispetto all’ortodossia ebraica, mentre gli esseni tout court, pur essendo un ordine esoterico, erano fortemente ancorati agli aspetti dell’ortodossia formale dell’ebraismo. Così il gruppo esseno di Giacomo voleva ad esempio mantenere la circoncisione ed altre usanze religiose e formali del popolo ebraico, che poco avevano a che vedere sia con la Gnosi in senso eminente sia con le aspirazioni di una religione universalistica.

L’esoterismo nazoreo, diversamente da quello esseno, era assai più autonomo rispetto all’ortodossia formale.

La lotta latente tra Paolo e le prime comunità esseno-gnostiche, che emerge un po’ in tutte le lettere paoline, specie nella Lettera ai Galati, non era dovuta però soprattutto a motivi di ordine squisitamente teologico, tanto più che i contenuti gnostici in Paolo sono così evidenti che nessuna traduzione edulcorata può nasconderli. Qual’era dunque la linea di faglia fra le due posizioni?

Vi sono documenti come il già detto Codex Manichaicus Coloniensis, e l’Apocalisse gnostica di attribuzione paolina (sopra citata) che provano senza dubbio che sia Paolo sia i suoi avversari gnostici o esseni gnosticizzanti, basavano il proprio insegnamento su dottrine di tipo gnostico, forse già presenti in parte nella mistica giudaica del tempo, assai più che sui testi convenzionali dell’Antico Testamento.

Vi è poi, ad ulteriore sviluppo e conferma, la “pista manichea”, finora appena accennata. Si tratta cioè di riconoscere l’importanza del pensiero paolino sullo sviluppo della gnosi manichea, a cui si accennava prima. A ben guardare, questa filiazione dottrinale la segnala proprio uno studioso cattolico, teologo e storico delle religioni, l’arcivescovo Mons. Julien Ries, che segnala propriamente i debiti del manicheismo verso la predicazione e le lettere di S. Paolo, nonché la venerazione e l’emulazione di Mani nei confronti dell’Apostolo, che si riflette in tutta una serie di dati, dall’inclusione di alcune lettere di Paolo nel Canone Manicheo, sino al tema della “visio Pauli”, esperienza mistica ripetuta dallo stesso fondatore del Manicheismo.

Se si legge nel Codex Manichaicus Coloniensis ciò che afferma il vescovo manicheo Baraia, non si hanno dubbi al riguardo. Fra l’altro segnaliamo l’importanza di questo riferimento testuale perché Mani ha mutuato dalla setta cristiana degli Elcasaiti una antica tradizione che faceva risalire l’origine di certi insegnamenti segreti proprio a Paolo di Tarso. Mentre non è da escludere che gli Elcasaiti fossero una delle prime comunità cristiane a seguire Paolo, è quasi certo che Mani, in gioventù aderì alla setta elcasaita. Questa linea di collegamento è peraltro segnalato nella stessa opera di Ries.

Nello specifico, nel Codex Manichaicus Coloniensis, il manicheo Baraia riporta alcuni passi paolini contestualizzandoli nell’insegnamento esoterico dei principali testi dell’apocalittica e della mistica del tempo, che i manichei accoglievano nel loro Canone.

Riportiamo qualcuno dei passi di Paolo citati da Baraia.

Paolo nella II Lettera ai Corinzi scrive:

“Verrò di nuovo alle visioni e rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo […] che fu portato in paradiso e udì parole segrete che non è lecito agli uomini proferire” (II Cor. 12 – 2,4).

Baraia riporta anche come anche Paolo affermi di avere ricevuto egli stesso certe rivelazioni di ordine spirituale in un momento di rapimento estatico e di contatto diretto con Dio:

“Allo stesso modo in cui sappiamo che l’apostolo Paolo fu portato nel terzo cielo, come egli stesso racconta nella Lettera ai Galati”. In effetti è più probabile che il riferimento esatto fosse a Corinzi2 13, 2-4 [nota mia].

Risulta da questi passi, specie dal primo, che l’insegnamento di Gesù è un insegnamento segreto, ottenuto in stati di elevazione coscienziale se non di estasi. Tale comunque era il senso di queste parole, nell’interpretazione del Canone manicheo. E in effetti vi troviamo un tema ricorrente nella gnosi dei primi secoli, per cui l’insegnamento esoterico non è un insegnamento che può essere compreso da tutti. Solo gli “pneumatici”, dotati di una particolare qualificazione legata all’anamnesi effettiva della loro origine divina, possono giungere alla comprensione dei misteri celesti della Gnosi, qui definite dal termine paolino di parole segrete (il riferimento a parole segrete di Gesù è presente in tutte le fonti gnostiche). Questi insegnamenti segreti sarebbero dunque stati in possesso di Paolo, come degli gnostici, e in parte attraverso Paolo, in parte per rivelazione diretta ricevuta da Mani, sul modello della “visio Pauli”, sarebbero passati nella religione esoterica dei Manichei.

Del resto il nome dei seguaci dell’eresia, o meglio della religione manichea, di epoca medievale, fu quella di “pauliciani”: appunto da Paolo, essendosi conservata memoria all’interno del movimento manicheo, di questa filiazione paolina, alla luce delle conoscenze attuali assai più chiara e giustificabile che non in passato.

Se assumiamo la presenza di una vena gnostica nella primitiva predicazione paolina, dobbiamo però spiegare in cosa essa si differenzi da quella di altre correnti gnostiche e soprattutto perche essa sia stata poi facilmente assorbita dalla nascente ortodossia di quella che gli gnostici chiamavano Grande Chiesa.

Le differenze appartengono all’ordine della teologico-politico e, de relato, al ruolo che una struttura organizzata (settaria o ecclesiale) avesse nei confronti dell’escatolgia.

Paolo di Tarso volle dare alla nascente Chiesa Cristiana una struttura unitaria e gerarchica, cosa che né il gruppo esseno di Giacomo né le comunità gnostiche (più o meno “imparentate con esso) erano disposte ad accettare.

Questo è il motivo per cui l’insegnamento esoterico di Paolo è stato accettato in seno a movimenti gnostici come la Chiesa di Mani, che coniugavano il principio della Reintegrazione o restaurazione dell’ Unità primordiale con lo sforzo di creare una struttura ecclesiale organizzata, che preservasse la purezza dell’insegnamento esoterico di tutti i grandi iniziati che hanno svelato all’essere umano la via della Gnosi (fra i quali Mani inseriva Zoroastro, Buddha, Gesù e Paolo); questo approccio veniva per lo più rifiutato da numerose altre comunità gnostiche come quella che ha espresso l’Apocalisse di Pietro, ostili alla creazione della Grande Chiesa burocratica e centralizzata, statalizzata, nella consapevolezza che questo avrebbe impedito ai per i membri della comunità cristiano-gnostica di giungere in maniera autonoma alla reintegrazione pneumatica.

Mani optò per l’approccio ecclesiale “strutturato” sulla scia della teologia politica paolina, prendendo a modello il sacerdozio zoroastriano, e soprattutto il sangha buddhista, che in quei secoli andava assumendo una fisionomia marcatamente monastica. La Chiesa cristiana nascente si appoggiò invece al modello burocratico imperiale romano.

Posta così la differenziazione fra Paolo di Tarso, e dopo di lui Mani, rispetto agli altri gnostici fu prevalentemente sul fronte politico organizzativo, o più nobilmente sul versante teologico-politico di una dottrina soteriologica.

Dal II-III secolo in poi, i membri della nascente “ortodossia” (prevalentemente legati alla comunità cristiana di Roma), lasciando da parte il carattere esoterico dell’insegnamento paolino, ne ha sviluppato ed esaltato unicamente gli aspetti politici, che ben si adattavano alla svolta che si stava producendo allora e alla nascita e giustificazione di una burocrazia clericale.

L’esito di questa impostazione è stato il rafforzamento degli aspetti exoterici, del resto facilmente assimilabili in una struttura “ampia” a scapito della componente esoterica, pur ben presente sul piano dottrinale alla mente di Paolo e in grado, come abbiamo visto all’inizio, di fornire “sponde” dottrinali alla stessa scuola valentiniana, e a quella marcionita. Per converso la chiesa manichea rimase orientata come chiesa gnostica ed esoterica, anche se come struttura essa assomigliava già ad una Chiesa gerarchizzata e burocratizzata (si estendeva dalla Cina alla Spagna) più che ad una semplice “comunità”. Tuttavia rimase sempre ancorata a livelli iniziatici e con gradi di rivelazione segreta.

La cristianità ormai stabilizzatasi nella sua “ortodossia” ha invece unicamente sviluppato gli aspetti ecclesiologici della teologia paolina, dimenticando (o forse misconoscendo) gli elementi tecnicamente gnostico-esoterici.

Si noti che, secondo le osservazioni di Elaine Pagels, sarebbero proprio quelle lettere di Paolo di più certa provenienza (le sette lettere di quasi certa attribuzione paolina) a contenere i lineamenti gnostici suddetti. Mentre sarebbero le altre, più incerte per stile e contenuto, nonché quelle chiaramente pseudoepigrafiche- le cosiddette “pastorali- ad essere più in linea con la versione cattolica. In particolare le due a Timoteo e la Lettera a Tito furono degli apocrifi a lui attribuiti dai Padri della Chiesa in modo da far credere che Paolo appoggiasse la loro interpretazione piuttosto che quelle gnostiche. fonte

 

COME NASCONO I VANGELI

Ci serviamo dei nomi di Marco, di Matteo e di Luca come autori dei Vangeli Sinottici, senza sapere con esattezza se Marco si identifichi col compagno di Pietro, e Luca con l'accompagnatore di Paolo. Infatti, fatta eccezione per le epistole paoline autentiche, non possediamo certezze sull'autore di nessuno degli scritti neotestamentari.
La Chiesa ha fatto passare questi libri come opera dei primi Apostoli e dei loro discepoli, gettando così le fondamenta della loro autorità. In realtà, essi non derivano dall'attività di nessun apostolo. Neppure il pubblicano Matteo può essere l'autore del cosiddetto Vangelo di Matteo, in quanto l'opera non venne composta in ebraico, secondo la tesi della più antica tradizione ecclesiastica, bensì in greco; e inoltre non può risalire a un testimone oculare. Questa è la posizione di quasi tutta l'esegetica biblica non-cattolica, mentre la Chiesa cattolica attribuisce questo vangelo all'apostolo Matteo; ma anche i suoi esegeti sono costretti ad ammettere che non si conosce nessuno che abbia mai visto il presunto originale aramaico, tradotto poi in greco, e che non esistono tracce di alcun genere del testo aramaico né di sue citazioni.
Ma le successive generazioni cristiane collocarono tutto ciò che poterono sotto il manto protettivo degli Apostoli, al fine di conferire alle scritture una maggiore autorevolezza. Il che, per altro, corrisponde a un'abitudine letteraria tipica dell'antichità, e raramente si è trattato di consapevole falsificazione, quantunque sia necessario richiamare l'attenzione sul fatto che nel Cristianesimo è consentito l'inganno in nome e in onore di Dio.

In nessun campo si sono verificati tanti falsi, quanti in ambito religioso, e nel Cristianesimo sono forse ancor più numerosi: è l'arte sacra della menzogna, come afferma Nietzsche. La cosa fu anche teorizzata con forza da molti tra i primi cristiani importanti. Valga ad esempio ciò che scrive Paolo nella sua lettera ai Romani

"Ma se ad opera della mia menzogna tanto più rifulge la gloria di Dio, perché dovrei ancora essere giudicato un peccatore ?" (Rom. 3, 7). 

E Paolo riprese altre volte questo concetto. Con lui anche Giovanni Crisostomo, Origene, ... Gran parte della letteratura cristiana primitiva è attribuita a personaggi prestigiosi che però non l'hanno mai scritta e la cosa è ampiamente dimostrata.

I Vangeli quindi furono tramandati anonimi e solo in un secondo momento la Chiesa attribuì loro i nomi degli autori. Il più antico fu attribuito a Marco ed il suo autore non fu un testimone oculare. E a questo punto ci imbattiamo in un fatto di primaria importanza, cioè che all'inizio della tradizione su Gesù si trova, come già detto, non la scrittura, ma l'oralità; non il Vangelo, bensì una decennale tradizione orale; dunque non siamo in possesso della dottrina di Gesù senza mediazioni, ma puramente e semplicemente di informazioni che la concernono. Secondo un punto di vista universalmente accolto, la cristianità palestinese più antica non trascrisse nemmeno una parola di Gesù: la persona storica, il «Cristo secondo la carne», come testimonia anche Paolo (2 Cor. 5, 16), non attirò affatto il loro interesse: essa attendeva il ritorno del Signore.
E in principio mancò anche una storia orale coerente dell'opera di Gesù. La trasmissione letteralmente fedele di un racconto complesso è esclusa in una tradizione orale popolaresca, anche presso gli orientali, i quali dimostrano indubbiamente un certo grado di perfezione nella trasmissione di narrazioni non-scritte. E' presumibile, piuttosto, che in un primo momento, dopo la morte di Gesù circolassero singoli frammenti, piccole unità narrative, parabole, massime o gruppi di massime, storie isolate, che in seguito vennero ricomposte e accorpate come in un mosaico. 
I «discorsi» evangelici, della Montagna, della Missione degli Apostoli ecc. non furono mai pronunciati da Gesù in questo modo; gli Evangelisti li hanno collezionati, attingendo al patrimonio di massime più antico. 
Il patrimonio delle tradizioni alla base dei Vangeli non venne tramandato inalterato nei decenni intercorsi fra la morte di Gesù e la redazione del Vangelo più antico, perché nel frattempo la memoria di Gesù, com'é naturale, si trasformò in leggenda popolare, e certe esagerazioni e una più ampia esaltazione della sua figura non possono non essersi verificate. Il che vale specialmente per gli uomini di quell'epoca, caratterizzata dalla superstizione e da una religiosità esaltata, e ancor più per i primi cristiani che, provenienti dagli strati più bassi della popolazione, erano assolutamente ingenui e privi di spirito critico.
Gli Evangelisti non descrissero Gesù quale fu, ma «quale i bisogni dei fedeli desideravano che fosse».

Come operò il più antico Evangelista?

Chi scrisse il Vangelo di Marco non si limitò a raccogliere e ordinare il materiale come lo trovò, ma creò il quadro globale della storia evangelica. Infatti era per lo più ignorato, com'é ovvio, in quale precisa occasione potesse essere stato pronunciato una certa frase, una data parabola, ... Fatto fondamentale che balza agli occhi di chiunque legga questo racconto è che manca qualsiasi ricordo personale.

C'è da chiedersi quale sia il rapporto tra il Vangelo di Marco e quelli di Matteo e Luca. Ci troviamo di fronte a quella che è nota come teoria delle due fonti, riconosciuta ormai da tutti gli studiosi del mondo meno che dai cattolici. Secondo tale teoria, Marco fu la fonte di Matteo, cui la Chiesa cattolica attribuisce la priorità cronologica, e di Luca: il Vangelo di Matteo, composto da 1068 versetti, ne attinse circa 620 dal Vangelo di Marco, composto a sua volta da 661 versetti; e il Vangelo di Luca, 1149 versetti, ne prese da Marco circa 350.
Le concordanze dei tre Vangeli derivano, dunque, dalla comune dipendenza di Matteo e di Luca da Marco. Essi possiedono la medesima successione di eventi e numerose espressioni suonano pressoché identiche: si tratta di un'affinità, che spesso riguarda anche i dettagli più insignificanti.
E che ciò non sia il risultato d'un'ispirazione divina dimostrano parecchie divergenze e gravissime contraddizioni concrete. Limitiamoci, per ora, ad accennarne alcune: le narrazioni concernenti l'infanzia sono inconciliabili in Matteo e in Luca: in Matteo il domicilio della famiglia di Gesù è Betlemme, in Luca Nazareth; il racconto della fuga ha Egitto e la visita dei Magi d'Oriente fatto da Matteo non concorda con quello di Luca; gli alberi genealogici di Gesù si contraddicono grossolanamente, e nelle descrizioni della sua attività pubblica riscontriamo differenze a ogni passo, come sono costretti ad ammettere anche teologi tradizionalisti.
Matteo e Luca, inoltre, non utilizzano solo l'opera di Marco, ma anche una raccolta di detti di Gesù, che non esiste ormai più. 

 

LA PROGRESSIVA DIVINIZZAZIONE DI GESU'

Una lettura neppure approfondita del Nuovo Testamento mostra chiaramente che, a Vangeli successivi, cresce l'idea di un Gesù divinità. Si parte da Marco che descrive un uomo, si passa a Matteo e Luca che descrivono un semidio e si arriva a Giovanni ed agli apocrifi successivi che raccontano un dio.

In Marco si dice che a Nazareth Gesù non poté compiere alcun miracolo anche se viene aggiunto ad eccezione di alcuni malati che guarì con l'imposizione delle mani. Matteo modificò questo passo che diventò: Gesù compì non molti miracoli. 

In Marco Gesù non è onnisciente ed infatti non sa rispondere sul giorno del giudizio. Anche in Matteo si trova tale affermazione ma essa manca negli antichi manoscritti di tale Vangelo come manca completamente in Luca.

In Marco Gesù fa domande che non fanno gli altri evangelisti: Come ti chiami ? Quanti pani abbiamo ? Quanti cesti pieni di tozzi avete raccolto ? Per quanto tempo ha patito di questo male ? Ebbene queste e tutte le altre domande vengono soppresse da Matteo.

In Marco Gesù non si definisce Dio. Ad un ricco che lo definisce buono risponde: Perché mi chiami buono ? Nessuno è buono, soltanto Dio. Naturalmente Matteo stravolge il tutto con una maldestra omissione: Perché mi interroghi su ciò che è buono ? Uno solo è buono.

Marco parla di Gesù indipendentemente dalla discendenza e lo fa nascere a Nazareth. Ma, vista l'enorme importanza della discendenza in tutto il Vecchio Testamento (con le decine di discendenze infinite ripetute e noiosamente ripetute, anche se diverse per gli stessi personaggi, tanto che ci si chiede se si parla delle stesse persone) per ricostruire discendenze reali che portino a Re Davide, Matteo e Luca fanno nascere Gesù a Betlemme (Giudea) proprio dove risiedeva la famiglia di Davide. In Giovanni si dice espressamente: Ma Cristo non viene dalla Galilea ?! Forse che la scrittura non dice che Cristo verrà dal seme di Davide e dal villaggio di Betlemme, dove ha abitato Davide ? Insomma checché ne dica Marco, Gesù deve essere nato a Betlemme. 

E nel cercare la discendenza gli evangelisti che tentano la divinizzazione di Gesù, fanno una grande confusione. Come si può discendere dal seme di Davide ? Costruendo una genealogia che porta da Davide a Giuseppe ! Ma il papà di Gesù non è Giuseppe, lo sanno ormai tutti che tale papà è lo Spirito Santo che, immagino, non può discendere da Davide. Ma forse qui si può rintracciare la manipolazione sull'essenza di Gesù. Agli inizi egli era un profeta che, come tale, doveva avere le discendenze di tipo biblico e quindi di tipo carnale. Successivamente, con la divinizzazione quelle discendenze risultarono imbarazzanti ma non potevano essere eliminate. E così ci ritroviamo con un Gesù figlio di due padri.

La tesi della Chiesa cattolica, secondo la quale Maria sarebbe una discendente di Davide, il cui albero genealogico viene riportato da Luca, è in contraddizione col testo scritturale, non solo, ma contraddice anche il principio per cui non si elencava la parentela materna, essendo determinante secondo la concezione giuridica ebraica esclusivamente la discendenza maschile. Entrambe le genealogie di Gesù si riconducono chiaramente a Giuseppe, e tutti i tentativi di conciliare le due cose sono condannati al fallimento. Persino teologi cattolici, dopo una serie di fumosi salti mortali, ammettono che «è impossibile costruire una genealogia, che unisca la madre di Gesù con Davide».

Ma dicevamo delle genealogie che Matteo e Luca costruiscono. Le due genealogie, quella di Matteo, che giunge fino ad Abramo, e quella di Luca che arriva addirittura ad Adamo, sono totalmente diverse: da Abramo a Gesù Luca conta 56 generazioni, Matteo 42; il padre di Giuseppe, cioè il nonno di Gesù, in Matteo si chiama «Giacobbe», in Luca «Eli». Da Giuseppe a Davide, pur sempre un millennio, i due alberi genealogici hanno in comune solo due nomi! La confusione supera addirittura quella esistente nelle genealogie del Vecchio Testamento. Vi furono anche dei furbetti che, allegramente nel passato, inserirono la genealogia di Matteo nel Vangelo di Luca (facendo sparire quest'ultima). In ogni caso l'intera vicenda è di grande imbarazzo poiché gli alberi genealogici sono parte della parola di Dio e quindi da non prendere sottogamba ma d'altra parte gli Evangelisti, come insegna l'Enciclica di Leone XIII Providentissimus Deus, «esprimono con infallibile veridicità tutto ciò che Dio ha ordinato loro di scrivere e soltanto quello», ebbene, a questo punto qualcuno dev'essersi sbagliato.

C'è ancora da osservare che in Marco Gesù diventa figlio di Dio solo a partire dal battesimo, mentre in Matteo egli è direttamente generato da una vergine come divino ed in Luca è venerato come dio ancora nel seno materno.

E tralascio qui la vicenda di chi era il vero messia, se Gesù o Giovanni il Battista, che richiederebbe ampio spazio. Mi limito a dire che la setta del Battista non confluì nel Cristianesimo perché, come mostrano gli Atti degli Apostoli (18, 25; 19,1) e il Vangelo giovanneo, vi sopravvisse accanto, convinta che Giovanni fosse il Messia. In Egitto, Asia Minore, Samaria, Siria e a Roma i suoi discepoli continuarono a predicare con zelo missionario, e ancor oggi, sulle rive dell'Eufrate, sopravvivono i seguaci del Battista riuniti nella setta dei Mandei.

 

IL VANGELO DI GIOVANNI

Intanto questo Vangelo non è di Giovanni, come tutti sono ormai d'accordo da più di un secolo. Infatti il Vangelo vide la luce intorno all'anno 100 mentre Giovanni, insieme a Giacomo fratello di Gesù, venne martirizzato alcuni decenni prima (nel 44 secondo alcune fonti o nel 62 secondo altre).

La caratteristica principale di questo Vangelo, ideato senza alcun riguardo per la storia ma solo ai fini della predicazione in epoca postapostolica, è che è in totale contraddizione con gli altri tre. In questo Vangelo, ormai profondamente caratterizzato da tratti teologici e apologetici, il Gesù storico non ha più alcun ruolo. Secondo una sua esplicita attestazione, esso venne scritto per provare la divinità del Cristo. Origene ci informa che di fronte alle evidentissime contraddizioni con gli altri Vangeli molti cristiani abbandonarono la fede nei Vangeli e che furono esortati a riprenderla per il loro valore spirituale anche in presenza di errori storici. Le tradizioni sinottiche intorno a Gesù, già assai lontane dalla realtà storica, nel Vangelo di Giovanni vengono completamente mitizzate. La concezione della «vita eterna» diventa più rilevante del «Regno di Dio», la figura del Messia rimuove l'idea dei regno messianico, la sublimità del Predicatore l'oggetto della predicazione. Mentre il Gesù sinottico parla relativamente poco di sé, qui si colloca al centro dell'attenzione e fa della propria missione e divinità l'oggetto quasi esclusivo della propria predicazione. Già nel III secolo lo scrittore Origene osserva che nei Sinottici Gesù appare ancora più «umano».

Si cominciarono a percepire come strane le preghiere di Gesù a Dio, che sarebbe dovuto essere lui stesso: il quarto Evangelista inserisce ripetutamente ed eloquentemente l'osservazione che l'atto della preghiera viene compiuto esclusivamente a uso e consumo delle persone che sono intorno a Gesù! Infatti, anche questo informatissimo Evangelista non sa ancora nulla delle sue due nature; il suo Cristo già si vanta: «Chi fra voi può attribuirmi una colpa?», mentre in Marco leggiamo «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio soltanto».

Il Cristo giovanneo è divenuto l'araldo di se stesso: fin dall'inizio incede nel mondo come l'Agnello di Dio, onnisciente e onnipotente, affrontando la morte senza batter ciglio. Ogni tratto d'umanità viene accuratamente evitato. Della lotta con le profonde angosce spirituali del Gesù sinottico nel Getsemani non v'é più traccia; e durante l'arresto il suo atteggiamento è mirabilmente maestoso. E non manca il miracolo: una sola parola e gli sgherri s'abbattono al suolo.

Da un decennio all'altro la tradizione intorno a Gesù si evolve sempre più in senso miracolistico: il Vangelo più antico, composto fra il 70 e l'80, viene migliorato da Matteo e Luca, che scrivono fra l'80 e il 100, a loro volta superati di gran lunga dal più recente quarto Vangelo. Tale processo è poi portato avanti dai cosiddetti Vangeli Apocrifi, coi quali l'attività missionaria e la cristianizzazione sono proseguite né più né meno che con quelli autentici. Ciascun'opera tenta «di far meglio dei predecessori», oppure «si sente in dovere di aggiornare... il vecchio».

 

GESU' AMPLIFICATO

Fu Matteo a dare inizio all'amplificazione, essendo per lui troppo riduttive le notizie fornite da Marco: non appena Gesù compare in pubblico, intorno a lui si affollano gli ammalati di tutta la Galilea, non solo, ma anche quelli provenienti dalla Siria. E se Marco ci fa sapere che a Cafarnao Gesù «guarì molti», ecco che per Matteo «guarì tutti». Il che si ripete un'altra volta.
Con la tradizione i miracoli vanno via via moltiplicandosi; così è significativo che quando l'edizione accresciuta di Matteo parla di due guarigioni, Marco ne cita solo una; nel Vangelo di Marco Gesù, uscendo da Gerico, risana un cieco, Matteo dice che ne sanò due. (Anche Luca parla qui di una sola guarigione). In Marco Gesù guarisce un ossesso, cacciandone lo spirito maligno nel branco dei maiali, in Matteo gli ossessi guariti diventano due. Luca cita anche qui una sola guarigione.
Ma anche Luca, per la verità, riferendo di altri miracoli, si comporta come Matteo: mentre Marco e Matteo sono a conoscenza di una sola resurrezione, quella della figlia di Giairo, Luca arricchisce il Libro dei Libri con quella del fanciullo di Nain. Suscita perlomeno una certa perplessità il fatto che Marco e Matteo passino semplicemente sotto silenzio questa seconda resurrezione, mentre menzionano tanti altri piccoli portenti.
A proposito della moltiplicazione dei pani, Marco parla di «circa» quattromila persone, Matteo accresce il miracolo trasformandole in «circa quattromila uomini», e soggiungendo: «Senza contare le donne e i bambini»: la folla, dunque, a sentir lui, sarebbe stata circa il doppio. La medesima esagerazione rispetto a Marco troviamo in Matteo nella «moltiplicazione dei pani di fronte ai cinquemila», per altro un doppione abbastanza evidente.
Nel Vangelo di Marco, dopo il racconto della morte di Gesù, si dice semplicemente: «Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso», ma Matteo ne sa molto di più, aggiungendo alla notizia di Marco:
«...la terra si scosse e le rocce di spezzarono, i sepolcri si spalancarono, e molti corpi di santi morti risuscitarono, e dopo la sua resurrezione uscirono dai sepolcri, entrarono nella città santa e apparvero a molti».
Di tutto questo Marco non sa nulla, né mostrano di averne avuto notizia gli storici, ai quali quest'evento sensazionale non sarebbe certo sfuggito.

Ma vi è poi il ridicolo di Lazzaro. Siamo tutti d'accordo che fu un grande miracolo perché non riguardava solo una resurrezione ma addirittura la resurrezione di un cadavere in via di rapida putrefazione (Egli ormai puzza!). Ebbene, Giovanni ci racconta di questo miracolo, operato davanti a molta gente, mentre gli altri tre evangelisti non dicono nulla. Ma è possibile ?

Riguardo agli Apocrifi (dal greco apokrypto = celo, nascondo), in un primo tempo, non  erano affatto considerati tali: l'opera missionaria ebbe luogo con tutti gli scritti sacri, soprattutto nella Chiesa orientale, ma anche in quella occidentale. I Padri della Chiesa più famosi si fecero garanti di quei testi poi condannati. La maggior parte degli antichi teologi li ritennero di derivazione apostolica e quindi assolutamente veri, e alcuni furono talvolta preferiti ai libri neotestamentari. Inoltre, numerosi scritti cristiani sono più antichi del Nuovo Testamento, per non parlare del fatto che talune parti degli Apocrifi vennero interpolate negli antichi Codici neotestamentari.
Infine, la Chiesa stessa, con l'arbitrarietà che le è propria, riconobbe libri apocrifi soprattutto del Vecchio Testamento, accogliendo non il Vecchio Testamento ebraico dei giudei di Palestina, ma la redazione usata dalla cristianità antica, cioè la traduzione greca dei Settanta e la Vulgata, la traduzione latina di Gerolamo. Questi libri, tuttavia, erano stati ampliati, rispetto al Canone ebraico originale, con l'inserimento di un gran numero di Apocrifi (Terzo Esra, Judith, Jesus Sirach, Sapienza, Salomone, il Libro dei Maccabei ecc.) e dal Concilio di Trento del 1546 vennero ufficialmente riconosciuti come canonici la maggior parte di questi Apocrifi, per altro mai citati da Gesù, che pure menziona spesso il Vecchio Testamento: fu definitivamente riconosciuto il testo della traduzione
del Vecchio Testamento, benché spesso non corrisponda affatto all'originale ebraico. Secondo la leggenda, 72 traduttori ebrei, ciascuno per proprio conto, produssero la stessa traduzione, parola per parola, e questo miracolo fu accreditato senza remore da tutti i Padri della chiesa, compreso Agostino.

In ogni caso occorre sottolineare che tutti gli Apocrifi sono stati concepiti con grande serietà e sono attestazioni di fede fino al punto che in tali Vangeli viene accreditato di tutto, anche che un tonno affumicato si sganci e si rituffi giulivo in mare. L'epoca di redazione di alcuni di tali Vangeli è più o meno la stessa dei canonici.

Nel sito, in questa stessa sezione, ho riportato molti Apocrifi e Gnostici (altra serie di Vangeli dei quali non è qui il caso di parlare). Di qualcuno posso dare qui un cenno, di qualcun altro dirò più oltre.

Vi è un Vangelo che racconta l'infanzia di Gesù ed è interessante perché Gesù viene descritto come un bambino vero che ha scatti di odio normali solo che amplificati dal suo essere un dio. Quando per mano a mamma e papà attraversa un villaggio ed i bambini che giocano lì lo deridono per il suo essere vestito diversamente, egli si gira e fissa il suo sguardo su uno di questi bambini che cade morto fulminato. Maria e Giuseppe sono disperati e più volte si dicono che occorre fare qualcosa per fermarlo. Altra volta trasforma bambini che per varie vicende non volevano giocare con lui ed erano stati nascosti in un forno, in degli agnellini da passare ad arrostire. ... Maria e Giuseppe sono sempre più disperati.

Un altro Vangelo racconta di Maria giovanetta, di una fanciulla bellissima e molto intelligente che viene educata al Tempio (fatto straordinario per una donna).

Un altro ancora racconta di Giuseppe che era un ricco imprenditore del legno.

Un altro riporta solo alcune frasi che sarebbero state dette da Gesù ma private del loro contesto.

Insomma di questi Vangeli ve ne sono molti e la Chiesa delle origini ha deciso che non erano credibili anche se su di essi è cresciuta e si è affermata. In un famosissimo Concilio della Chiesa, quello di Nicea del 325(2), nel quale si gettarono le basi della Chiesa che oggi conosciamo, si effettuò una vera e propria cernita dei vari resoconti storici epurando quelli che non erano ritenuti in sintonia con l’insegnamento di Paolo e quindi con la dottrina su cui davvero si fondava la nascente Chiesa Cattolica così come decisa nell’Editto di Milano nel 312. Ed in accordo con la tolleranza paolina iniziò la sistematica distruzione di tutti i testi  che non erano conformi a quanto deciso dal Concilio di Nicea. E non è peregrino ricordare che l'intolleranza del misogino Paolo verso le donne (in assoluto contrasto con Gesù) fece operare con particolare accanimento contro ogni scritto che vedesse la donna partecipe del messaggio cristiano. Ricordo anche che il Concilio di Nicea fu convocato e gestito in prima persona da Costantino il grande che tentò in quella occasione di pacificare i cristiani che si dilaniavano in svariate eresie, al fine di suo maggior potere (e la cosa non dispiacque ai vescovi che iniziarono il loro fulgido cammino al potere temporale). Fonte

Bibliografia:

The Gnostic Paul: Gnostic Exegesis of the Pauline Letters, Elaine Pagels, Fortress Press, 1975

L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo, Marcello Craveri, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996

Le Apocalissi Gnostiche, Luigi Moraldi, Adelphi, Milano 1987.

Gnosi e manicheismo, Julien Ries , Milano, Jaca Book,2010, voll. 1-2

The Cologne Mani Codex (P. Colon. inv. nr. 4780) “Concerning the Origin of His Body” Edited and translated by Arthur J. Dewey & Ron Cameron. Society of Biblical Literature Texts and Translations Series 15. Missoula MT, Scholars Press, 1979.

Der Kölner Mani – Kodex. Über das Werden sciabiche Leibes, L. Koenen Römer , Kritische Edition (Abhandlung Reinisch – Akademie der Wissenschaften der Westfälischen: Coloniensia Papyrologica 14), Opladen, Germania 1988.

Elchasai e gli Elchasaiti. Un contributo alla storia delle comunità giudeo-cristiane, L. Cirillo, Cosenza, Marra Editore 1984.

 

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