La Parthenos, modello universale di femminilità


09 Giugno, 2015 | Categoria: Attualità | Commenti
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Hypatia

Molte società attuali hanno promosso una diversa considerazione della donna conseguenza del movimento di emancipazione femminile che si è dispiegato nel secolo scorso con premesse che si rintracciano già nell’Ottocento in seguito allo sviluppo industriale che ha permesso alla donna di confrontarsi nel mondo della produzione uscendo dall’ambiente familiare in cui era stata confinata dai pregiudizi e dalle discriminazioni medievali imposte in sostituzione dell’educazione della parthènos (giovane ragazza) greca nella quale si ritrovavano felicemente le considerazioni di più tradizioni e costumi. Le rivendicazioni femminili contemporanee vanno analizzate quindi a partire dai contenuti di quest’ambito storico-sociale più recente perché precedentemente la considerazione che rivestiva la donna era  politicamente e giuridicamente complessivamente buona come testimoniato da figure di donne virtuose rappresentate da Neithotep e Cleopatra  regine d’Egitto, Aspasia di Mileto consigliera politica di Pericle, Paolina la giovane moglie di Seneca che tentò invano di uccidersi insieme al marito, Arria che si diede addirittura alla morte prima del proprio consorte Cecina Peto e così via fino alla filosofa Ipazia vissuta tra la fine del IV e l’inizio del V secolo ad Alessandria d’Egitto. Ipazia è stata una parthènos divenuta esemplare maestra di vita nonché estremamente preparata in svariati campi del sapere vittima del fondamentalismo di monaci cristiani di fatto “militari episcopali” alle dipendenze del vescovo Cirillo d’Alessandria. Un delitto atroce, rimasto impunito e che a distanza di secoli attende almeno il riconoscimento delle responsabilità morali da un contesto storico che si è oltremodo appropriato di categorie classiche stravolgendone in molte circostanze finalità e significati. Ha manipolato a proprio uso e consumo fonti storiche raccontando false notizie sulla condizione sociale della donna greca celandone addirittura alcune come quelle che testimoniano che a Delfi, Gortina, Megara e Sparta le donne già detenevano la facoltà di possedere vasti appezzamenti terrieri che costituivano la più prestigiosa forma di proprietà privata dell’epoca a conferma di autorevole considerazione sociale. Prestigio civile poi cancellato insieme a quell’intera civiltà dal nuovo ordine sociale dove a tutt’oggi storici partigiani ancora si adoperano nel tentativo di relegare l’esistenza storica di Ipazia nella leggenda popolare perché simbolo di verità troppo scomode. I movimenti femminili della nostra Era permisero di raggiungere l’uguaglianza giuridica e materiale tra uomini e donne mentre quelli più recenti hanno reagito per una migliore considerazione della donna sia nell’ambito familiare sia proponendo radicali rivisitazioni sociali del ruolo femminile. I movimenti di emancipazione a cui ci riferiamo iniziano storicamente con la Rivoluzione francese (seconda metà del 18° secolo) che vede la partecipazione anche delle donne che reclamano diritti civili e politici senza successo perché il pregiudizio derivato dal pensiero culturale dominante era molto forte e radicato nella considerazione della donna quale essere inferiore, dotata di minore intelligenza e incapace di andare oltre determinati ruoli come testimoniano a riguardo altre infelici posizioni moderne, figlie della stessa cultura, scaturite da presunzioni umane che pretendono di avere il diritto di decidere valori etici e regole morali a prescindere dalla considerazione della dignità naturale di donne e uomini e che sono all’origine dell’attuale svalutazione della donna e di molti suoi malesseri esistenziali. I movimenti femministi si diffusero nel corso dell’Ottocento sia in Europa che negli Stati Uniti d’America quale risultato dei profondi mutamenti sociali che interessarono anche costumi e mentalità. Le donne erano sempre più richieste in alcuni ambiti del lavoro come le industrie tessili e quindi erano sempre più numerose le donne che lavoravano fuori dalla famiglia, in aziende e gradualmente in alcuni uffici e nella formazione scolastica elementare. Da qui scaturirono i presupposti per le prime battaglie delle donne contro lo sfruttamento del lavoro femminile finalizzate ad avere lo stesso salario degli uomini e altri diritti come la giornata lavorativa più corta e un loro meno impiego in lavori notturni. A queste richieste di miglioramento delle condizioni della donna lavoratrice in fabbrica si affiancavano anche spinte più politiche come il diritto di voto. Battaglie civili che acquisirono molta consistenza in Inghilterra dove John Stuart Mill (Londra 1806-Avignone 1873) filosofo ed economista inglese, uno dei massimi esponenti del Liberalismo e dell’Utilitarismo, presentò nel 1866 in Palamento una richiesta firmata da oltre un migliaio di donne che chiedevano il diritto di voto . Donne inglesi sempre più organizzate in rilevanti associazioni che permisero di conquistare questo diritto politico con il riconoscimento al voto municipale nel 1869 che portò negli anni successivi alla possibilità di essere anche elette nelle elezioni locali. Importanti iniziative legislative che pongono l’Inghilterra tra i primi Paesi europei ad attuare riforme elettorali tendenti a universalizzare il voto.  Nel 1917 i movimenti femministi inglesi riuscirono a ottenere il suffragio universale per le donne di età superiore ai trent’anni e nel 1928 fu esteso a tutte le donne maggiorenni. Gradualmente il riconoscimento del voto politico alle donne arrivò anche in altri Stati come in Norvegia nel 1913, in Danimarca nel 1915 e in Germania nel 1919.
Negli Stati Uniti a partire dal 1869 si verificarono movimenti analoghi a quelli inglesi ma le donne riuscirono a ottenere il suffragio universale solo nel 1920 dopo la fine della prima guerra mondiale. Una delle massime attiviste del movimento statunitense fu Alice Paul. La Svizzera solo nel 1971 ha riconosciuto il suffragio femminile con il Cantone Appenzello Interno che accettò di adeguarsi alla legislazione nazionale  nel 1990 dopo una decisione del Tribunale Federale 

La Francia maturò il riconoscimento del diritto di voto alle donne nel 1945. Diversamente vanno inquadrati i diritti politici della donna russa perché molto connessi con la Rivoluzione Socialista che aveva visto la partecipazione attiva di molte donne che permetteranno nei primi anni della rivoluzione importanti emendamenti legislativi sull’emancipazione femminile. Complessa è la storia dell’emancipazione femminile in Paesi con forte presenza politica della Chiesa cattolica ancorata spesse volte su privilegi politici e valori medievali. In Italia le idee di emancipazione delle donne erano sostenute soprattutto dalle organizzazioni o movimenti socialisti che legavano l’emancipazione della donna alla condizione economica imprigionata nel vortice degli interessi industriali e capitalistici parimenti allo sfruttamento dell’uomo. Nel 1919 le donne italiane con il riconoscimento delle capacità commerciali ottennero anche il riconoscimento giuridico in autonomia dal marito per la gestione dei beni. Nel 1946 furono autorizzate, più per opportunismo elettorale che per una reale considerazione del loro valore, a partecipare al referendum istituzionale e all’elezione dell’Assemblea Costituente acquisendo il diritto al voto politico che nel 1948 viene introdotto nella legislazione internazionale quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. La storia dei movimenti femministi per l’emancipazione giuridica della donna costituisce esempio significativo del disagio femminile presente nelle nostre società insufficienti a creare condizioni esistenziali decenti in quanto i diritti politici legiferati per le donne anche se possono condurre a una completa parità giuridica fino ad aspetti e condizioni di vita simili a quelli maschili possono comportare pericolose distanze dalla natura che contraddistingue l’originalità dei due sessi la cui valorizzazione e non altro deve essere considerata per determinare i diritti fondamentali dell’uomo e della donna nella suprema prospettiva della felicità umana da cui non può prescindere una società civile. In Italia con la riforma del diritto di famiglia nel 1975 la donna ha avuto piena parità con il marito all’interno dell’istituto familiare sia giuridicamente sia per la disponibilità dei beni. L’analisi di questo disagio fine a se stesso è riscontrabile negli obiettivi dei nuovi gruppi femministi degli anni ’60 e’70 che diversamente dalle finalità di emancipazione tradizionali si propongono addirittura un sovvertimento sociale cha vada oltre le iniziali battaglie per la parità uomo-donna circa le stesse possibilità e condizioni per l’affermazione sociale, politica e professionale. Spingono verso l’esaltazione della specificità femminile dove la donna è propagandata come altro rispetto all’uomo e l’uomo come altro rispetto alla donna in un rinnovato vortice inserito sempre nella stessa continuità di svalutazione di valori naturali  attraverso la diffusione di autocoscienza femminile e il distacco dalle regole di lotta politica tradizionali e cominciando a operare in tal senso in ambiti come la salute, la sessualità, la contraccezione e così via. A distanza di diversi decenni molti temi elaborati dai movimenti femministi hanno permesso alle donne di ricoprire importanti e diversi incarichi in ambito sociale e lavorativo risultato delle lotte per le pari opportunità tra uomo e donna in un processo di emancipazione non completato se consideriamo le tante donne che preferiscono essere apprezzate più per l’aspetto estetico che per il loro reale valore conseguenza di scarsi o inadeguati interventi formativi a supporto. Presupposti che hanno condotto alcuni Stati a legiferare le quote rosa in politica presentandole impropriamente quale considerazione del valore femminile che altro non sono che il riconoscimento di fatto di un fallimento sociale  nella formazione della donna attuale con mediocre apertura di coscienza e impreparata a reali possibilità competitive contenute nelle pari opportunità.  Dimostrazione di società in difficoltà a promuovere  autorevoli interventi istituzionali capaci di garantire valide partecipazioni democratiche alla competizione politica per la gestione del bene comune che in una civiltà prescindono da barriere come la sessualità, l’orientamento politico e religioso, la razza e la nazionalità. Le quote rosa rappresentano una diversa espressione di fallimento di quei contesti occidentali dove sempre più il corpo femminile è mostrato nudo o seminudo quale oggetto di seduzione per la pubblicità di prodotti commerciali promuovendo la donna a oggetto sessuale che mostrando corpi femminili perfetti procurano in lei

complessi di inferiorità limitandone da un lato le possibilità di rappresentare se stessa e da un altro lato sono occasioni per mantenerla oltremodo in involuzione storica nella gestione del potere. Molti sono gli stereotipi negativi dell’immagine femminile come lo stereotipo della segretaria sottomessa, lo stereotipo di donna ochetta bella e poco intelligente, lo stereotipo della donna seduttrice che riesce a imbrigliare l’uomo e cosi via tanti altri condizionamenti diffusi a limitare la personalità della donna in un contesto sociale dove il modello di successo femminile non è più collegato a valori o a doti naturali ma a quello della donna che realizza se stessa accompagnata da un uomo di potere e non tanto da una personalità che l’aiuti soprattutto a maturare la sua dignità. Quanto analizzato è ulteriormente scaduto negli stereotipi delle veline e vallette offerte dai media televisivi che spingono molte adolescenti a voler assumere quei ruoli  per i quali sono disposte a offrirsi fino alla prostituzione sessuale. Ragazze lasciate crescere davanti a pubblicità seduttrice e programmi spazzatura incapaci di comprendere l’integrità della loro persona come valore fondamentale e troppo distanti anche da recepire la bellezza come un valore e non come un mezzo da utilizzare per arrivare a qualcosa a volte mascherato dietro il piacere di apparire. E’ questo il dramma delle baby prostitute con un idea di se che corrisponde ad un età molto maggiore di quella anagrafica il cui aspetto, abbigliamento, accessori, tatuaggi e trucco tradisce l’ansia di apparire adulte. Adolescenti vittime di una pubblicità che propone da un lato una ricerca compulsiva e sempre insoddisfatta di felicità e da un altro lato spinge a difendersi dalla sofferenza e dalla sensazione ad avere bisogni evitando quindi di correre rischi e responsabilità eccessive tutto propinato attraverso modelli distorti che trascinano finanche in scimmiottamenti maschili.
Queste società hanno illuso la donna di essere diventata sessualmente libera mascherando la mercificazione del suo corpo attuandone un controllo che altera ciò che l’espressione femminile può diventare abbassandone contemporaneamente la considerazione di se stessa fino all’accettazione di valere solo per le sue qualità estetiche che rischiano di far passare in secondo piano il diritto al rispetto della propria dignità di esseri umani le cui risorse esulano dalla sessualità e senza le quali non è possibile un autentico progresso civile come espresso nel modello della parthènos che contiene tutta la grandezza del valore femminile, valido riferimento nella riconsiderazione della formazione umana in una prospettiva certamente più nobile e gratificante per la donna fuori da limitazioni religiose e culturali della nostra epoca.

dr Raffaele Bocciero per filosofiaelogos.it

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  Fonte: filosofiaelogos.it  
   

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