L' invidia: Un male devastante alla felicità umana!

06 Maggio, 2017 |Tag: Filosofia | from Author

Purtroppo abbastanza comune quanto dannosa che scaturisce da riflessioni inconsistenti..

In una società eccessivamente fondata sull’emulazione, sul possesso, sul consumismo l’invidia ha terreno fertile per proliferare davanti a tanta debolezza. Un vizio capitale che spesso si ha la sensazione addirittura di avvertirlo nell’aria, sulla pelle come una forma soffocante fino a leggerlo negli occhi di chi ci si avvicina in cerca di solidarietà. L’invidia va spesso di pari passo con la critica distruttiva riguardo all’invidiato. Un sentimento devastante per chi la subisce e per chi ne è coinvolto. Purtroppo abbastanza comune quanto dannosa che scaturisce da riflessioni inconsistenti a costituire la gelosia all’ennesima potenza tanto da far passare in secondo piano vizi altrettanto riprovevoli. L’invidia di qualcuno non sempre la si scopre facilmente perché è così subdola che a volte richiede tempo e concentrazione per essere scoperta essendo un’emozione di norma non approvata dalla società. Un insano sentimento opposto ai sinonimi di ammirazione. Agisce in modo silenzioso fino a condurre le vittime a rallegrarsi delle sventure altrui. La lussuria che fino a 50 anni fa faceva sobbalzare di scandalo i meno giovani di quella generazione è nell’attuale società così moralmente corrotta che è scemata  davanti all’invenzione di nuovi vizi perdendo il suo fascino ambiguo. Allo stesso modo la superbia è stata sostituita dall’arroganza del potere con la sopraffazione di tanti politici che si ritengono di appartenere a una casta privilegiata per il solo fatto di  aver ricoperto incarichi istituzionali. Anche l’avarizia si è trasformata in avarizia d’amore e divenuta troppo distante da “L’avaro”, la commedia di Molière, rappresentata al Palais-Royal di Parigi il 9 settembre 1668. E dalle disattese dell’amore scaturiscono purtroppo molte sventure esistenziali. L’abbondanza di alimenti ha fatto andare fuori moda i vizi di gola coi desideri di gola sostituiti da nevrotiche diete spesse volte anche alquanto distanti da sapori e stili di vita.
La rabbia è divenuta quasi un fatto quotidiano, difficile solo da capire se causata da insani stati d’animo o da stress ormai insostenibile dalle forze umane. L’accidia il difetto del “senza cura” verso il bene a caratterizzare un disagio esistenziale che minaccia ciascuno di noi col suo vuoto rapporto deformato con lo spazio è diventata sinonimo di pigrizia e insolenza con la necessità di divertimento a tutti i costi e l’ansia di aumentare la produzione per poter consumare sempre di più. La pigrizia ha svilito la sana meditazione scaduta oggi in una virtù  praticata da pochi eletti. Il disagio e spaesamento interiore dell’epoca contemporanea sono espressi nel Novecento dal pittore e scrittore italiano, principale esponente della corrente artistica della pittura metafisica, Giorgio De Chirico nel 1916 in “Due maschere” , dal pittore del futurismo, che interpreta però alla luce della sua incessante ricerca volumetrica, Mario Sironi nel 1925 in “Solitudine” e dal filosofo esistenzialista francese Jean Paul Sartre nel suo romanzo del 1932 e pubblicato nel 1938 “La nausea”.
Il divertimento è ormai un’industria che propone intrattenimenti, mondiali sportivi e giochi televisivi bizzarri. Importante è allora comprendere che il problema non sono i desideri che fanno parte dell’esistenza ma come reagiamo davanti a essi per identificare le ragioni valide dietro le nostre scelte per non cadere vittime di un pericoloso processo di pensiero compulsivo alimentato dalle patologiche aberrazioni dell’industria del divertimento per rendere il desiderio incontrollabile e irresistibile fino a permettere di sperimentare stati emotivi gratificanti ma purtroppo solo temporanei. Un marciume sociale diversamente diffuso in Occidente: in Italia riesce a mettere a disposizione dei cittadini più slot machine che posti letto in ospedale. Un dato allarmante, che negli ultimi anni ha contribuito all’impennata del numero di persone cadute nel vortice del gioco d’azzardo. L’invidia allora troneggia forte in una società edonistica e consumistica che fa correre a riempire la vita di cose e non di contenuti dal momento che la cultura è divenuta narcisismo aprendo inevitabilmente le porte al dilagare dell’invidia come pestilenza contagiosa. Resta l’invidia un difetto individualista che eccita l’invidioso che entra come un parassita in simbiosi con chi è affine alle sue ambizioni, alle sue teorie di vita succhiandone col pensiero gli altrui successi sociali. Allo stesso modo anche la sfera più accademica si è declassata a scenario di rivalità con insulti tra esponenti dello stesso campo. Parimenti il dibattito politico è sempre più frequentemente solo uno scontro di animosa invidia. Ma in concreto come nasce l’invidia? E’ risaputo che ogni fanciullo già dai primissimi anni desidera ciò che vede fino all’emulazione di personaggi famosi a dimostrazione che il desiderio è un’energia che origina dall’esterno fino a determinare frustrazioni quando non si riesce a ottenere quanto hanno nella loro vita coloro che sono serviti da modelli. Da questo scaturisce la necessità di fare un passo indietro cosa che può comportare stati d’animo di rabbia, delusione o rinuncia e rifiuto del proprio modello di riferimento con la svalutazione anche del soggetto che lo ha indicato fino a comportare una serie di condizioni emotive, terreno fertile, per l’invidia. Parallelamente a questo canale fertile l’invidia può svilupparsi anche dall’esigenza di giudicare gli altri, un bisogno che nasce nell’età infantile dal confronto del bambino con figure a lui prossime e poi negli anni l’atteggiamento continua con amici e altre persone ossia con quei soggetti con cui entrerà in competizione. Possiamo quindi definire l’invidia un sentimento umano, parte del bagaglio psichico, a costituire per fortuna una condizione non irreversibile. Bisogna imparare allora a non distruggere il valore altrui ma sapersi mettere in competizione autentica con gli altri per migliorare se stessi perché è con noi stessi e con nessun altro che giochiamo la partita più importante della vita. Bisogna quindi imparare a esistere in sintonia profonda con noi stessi, con ciò che siamo e con quello che vogliamo realizzare. Cercare di essere in armonia con gli altri e con l’ambiente è il sentiero fondamentale a ritrovare se stessi.  Ma è un sentiero non sempre facilmente visibile ai nostri occhi. Comprendere che in definitiva non ci confrontiamo tanto con personaggi famosi ma con chi guadagna più o meno quanto noi e siamo vittime dell’invidia quando si rompe quest’equilibrio e l’altro ottiene riconoscimenti che noi non abbiamo. L’invidia è il nostro vero nemico da riconoscere per affrontarlo e sconfiggerlo. Nel suo saggio “ Umano, troppo umano”, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche afferma che“L’invida nasce quando uno è desideroso, ma non ha prospettive.” L’invidia è quindi il frutto di un desiderio che non può essere soddisfatto e che inizia a suscitare interrogativi senza risposte innescando il meccanismo invidioso a svalutare e a denigrare l’altro originando l’ennesimo meccanismo di difesa messo in atto dalla nostra mente per procurare in noi una sorte di autoinganno per preservare il nostro ego a renderci incapaci di accettare che il mondo non si basa sull’equità che è in se purtroppo solo una bella ideologia irrealizzabile ma cardine per la formazione umana intorno a cui deve girare il lavoro su noi stessi e permetterci di comprendere che non possiamo intervenire sull’invidia senza considerare anche il desiderio che la sorregge perche comprimendola riemergerebbe col tempo più forte di prima. L’invidia è un’emozione complessa che per la sua carica affettiva potrebbe diventare un ottimo trampolino di lancio per stimolarci ad acquisire fiducia nelle nostre qualità e capacità e partire alla riscossa in un atto di credo in noi stessi e nelle nostre capacità utilizzandole per la sospirata meta davanti ai cui bisogni qualunque società deve adattarsi e non viceversa e costituire in tal senso un occasione per il suo miglioramento civile. Quanto scritto lo sostengo con la musicoterapia in considerazione anche a Erich Fromm, un altro rilevante filosofo, che asserisce che l’uomo è come un recipiente che mentre lo si riempie, ingrandisce, così che non sarà mai pieno in un’esistenza vissuta tra l’avere o l’essere, con il nostro io alla base del sentimento di identità e comprendente sia qualità effettive (corpo, possessi, cognizioni) che fittizie (immagini di noi). Considerazioni che ruotano intorno alla libertà di scelta ossia a una funzione della struttura del carattere dell’individuo che non consente troppe giustificazioni con la consapevolezza a fattore decisivo di scelta in una catena di avvenimenti e di decisioni in cui l’ultima scelta decisiva per la realizzazione umana potrebbe divenire paradossalmente quella meno libera ma importante per la propria felicità.

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Dott. Raffaele Bocciero per filsofiaelogos.it