I segreti del "disclosure project"

Disclosure_projectDi misteri, si sa, è pieno l'universo. Inutile dire che sono innumerevoli i segreti che ci vengono tenuti nascosti come infinite sono le verità celate o semitaciute che non ci verranno mai esplicitamente dette. Una, ad esempio, è che il governo statunitense copre l’evidenza degli UFO da oltre 50 anni. La storia ha una data, un inizio e un luogo.

      On Line

IlluminatiCome dice la parola stessa gli Illuminati sono i portatori di luce, quelli che sanno, ma la loro luce è, apparentemente, Lucifero o Satana. Appartengono a tredici delle più ricche famiglie del mondo e sono i personaggi che veramente comandano il mondo da dietro le quinte. Vengono anche definiti la Nobiltà Nera, i Decision Makers, chi fa le regole da seguire per Presidenti e Governi.

Urzi
 "È giunto il momento di alzare il velo di segretezza che circonda l'esistenza degli Ufo e di far emergere la verità affinché la gente sia messa a conoscenza di uno dei più importanti problemi che la Terra si trova ad affrontare". (Paul Hellyer)

link

La Macchina delle copie

copie

Questa volta vogliamo partire da un particolare emerso dai racconti degli addotti in Italia e
ancora prima negli U.S.A. Ad esempio (Linda Porter, 1963 Porterville, California.) la formazione
delle copie,che avviene all'interno di cilindri, sottolineando il fatto che, non vogliamo ripetere
quanto già conosciuto in merito a tale argomento, ma che si vuole soltanto trovare una possibile
spiegazione al funzionamento del meccanismo di copiatura .
Dalla testimonianze raccolte risulta che l'addotto viene introdotto in un contenitore
cilindrico trasparente totalmente immerso in un fluido caldo più denso dell'acqua e meno dell'olio
(così descritto dagli addotti) di colore verdastro dove è possibile respirare.
Il fatto che in poco tempo gli alieni e alcuni fazioni militari, riescano a creare una copia di
un individuo, uguale in tutto e per tutto, (tranne per la caratteristica di avere l'innesto di un' anima),
è molto interessante.

Il mito di Gilgamesh

   
05 Giugno, 2013 | Category : Esoterismo | Author: Fonte | Commenti  

Gilgamesh L'epopea di Gilgamesh è uno dei più
antichi poemi conosciuti. È anteriore ai
poemi omerici, risalenti all'ottavo
secolo a.C. (che narrano della guerra di
Troia, del XII secolo), o ai Veda indiani,
risalenti al 1500 a.C. Infatti le prime
redazioni del poema di Gilgamesh sono
fatte risalire a oltre il 2000 a.C., e sono
quelle composte in sumerico. Il testo
più antico in cui si parli di Gilgamesh
risale al 2500-2400 a.C. e proviene
dalla biblioteca di Ebla, città rinvenuta
da archeologi italiani in Siria. Altre
tavolette su Gilgamesh sono state
rinvenute in Anatolia, nell'Urartu,
scritte in elamita, in Palestina, oltre a
centinaia di siti archeologici in
Mesopotamia.
Il fatto che tavolette su Gilgamesh
siano state trovate non solo in
Mesopotamia, ma anche presso i
popoli venuti a contatto con la cultura
assiro-babilonese testimonia che fin
dall'antichità fu avvertita la portata
universale di questo poema. Le copie
meglio conservate dell'epopea sono
quelle ritrovate nella biblioteca di
Assurbanipal a Ninive, realizzata
attorno all'ottavo secolo a.C.
Bisogna precisare che al tempo dei
Sumeri non c'era l'abitudine di titolare
le opere e quindi nei cataloghi ciò che
veniva riportato era semplicemente la
prima riga della composizione: "...di
colui che vide ogni cosa", ad esempio.
L'epopea di Gilgamesh è quindi un
titolo coniato dagli studiosi moderni.

Gilga

La scoperta dell'epopea di Gilgamesh

Il brano narra la straordinaria scoperta dei frammenti dell'epopea di Gilgamesh fatta da George Smith, l'assistente del British Museum di Londra, non a Ninive, dove le tavolette d'argilla erano state trovate, ma al British Museum stesso, dove i reperti archeologici erano stati portati in pessime condizioni. Uno straordinario poema, pari all'Iliade e all'Odissea, emerse dai frammenti d'argilla e il fatto straordinario è che lo scopritore era un autodidatta.
Il giornale londinese «Daily Telegraph » annunciò che metteva 1000 ghinee a disposizione di chi volesse recarsi a Kujundshik per rintracciare il resto dell'iscrizione di Gilgamesh.
Era un progetto veramente avventuroso!
Ma George Smith, l'assistente del British Museum, accettò l'offerta. Si esigeva da lui che facesse un viaggio di migliaia di chilometri da Londra fino alla Mesopotamia, e che, giunto sul posto, cercasse in un enorme cumulo di macerie, che rispetto alla sua mole era stato appena intaccato dal lavoro compiuto fino allora, quelle e proprio quelle tavolette di argilla. Era lo stesso che voler pescare in un lago un determinato insetto acquatico, o cercare il famoso spillo perduto in un pagliaio!
Ma, come si è detto, George Smith si assunse questo compito.
E avvenne di nuovo uno di quei miracoli incredibili che si verificano nel corso degli scavi archeologici. Smith trovò la parte mancante dell'epopea di Gilgamesh!
Egli portò in Inghilterra 384 frammenti di tavole d'argilla, e fra di esse i pezzi mancanti della storia di Ut-napiscti, di cui tanto lo aveva colpito la prima parte. Era la storia del Diluvio universale! E non si trattava di una di quelle catastrofi acquatiche che ricorrono nella mitologia primitiva di quasi tutti i popoli, ma proprio del Diluvio universale, di cui, molto piú tardi, riferisce la Bibbia. Poiché Utnapisctim non era altri che Noè! Ecco il testo in questione.
Il dio Ea, amico degli uomini, aveva manifestato in sogno al suo protetto Utnapisctim il proposito degli dei di punire gli uomini, e Utnapisctim fabbricò una barca:

  Presi con me tutto quanto avevo, l'intero frutto della mia vita e lo portai nella barca; la famiglia e tutti i parenti, gli animali dei campi, le bestie del pascolo e le genti da lavoro, imbarcai tutti.
Salii nella barca e chiusi la porta...
Quando il nuovo giorno sorse luminoso, una nuvola nera si raggomitolò lontano sull'orizzonte...
il chiarore del giorno si trasformò d'un tratto nella notte, il fratello non vede più il fratello, il popolo del cielo non si può più riconoscere.
Gli dei erano pieni di spavento davanti al diluvio,
essi fuggirono e si rifugiarono fino sulla montagna celeste di Anu, gli dei si rannicchiarono, come cani, contro la parete e stettero fermi...
Durante sei giorni e sei notti si gonfiarono la tempesta e il diluvio, Uragano regnò sul aese.Quando il settimo giorno spuntò, si placò la tempesta, si spianò la marea che aveva infuriato come un esercito in guerra;
le onde si fecero tranquille, cessò il vento tempestoso, e i flutti smisero di salire.
Guardai verso l'acqua, il suo mugghiare si era ammutolito, tutti gli uomini erano divenuti fango!
La mota arrivava all'altezza dei tetti!...
Guardai verso la terra, verso l'orizzonte del mare,
lontano, molto lontano, emergeva un'isola.
L'imbarcazione arrivò al monte Nissir, presso il monte Nissir si fermò e rimase come ancorata...
Quando spuntò il settimo giorno, liberai una colomba e la mandai lontano, e la mia colomba volò e poi tornò indietro.
Poiché non aveva trovato un posto dove posarsi, tornò indietro.
Presi una rondine e la lasciai volare, e la mia rondine volò via e ritornò,
poiché non aveva trovato un posto dove posarsi, tornò indietro.
Presi un corvo e lo lasciai volare, e il corvo volò via e vide che lo specchio dell'acqua si abbassava; esso si nutrì, volò intorno, gracchiò e non tornò più indietro.
 

Era ancora possibile dubitare che fosse stata trovata la versione più antica della leggenda biblica del Diluvio? E non colpisce soltanto l'analogia generale della vicenda: ci sono singoli particolari che ritornano nella Bibbia, come la colomba e il corvo, gli animali che Noè lasciò volare dall'arca. All'epoca di George Smith, il testo cuneiforme dell'epopea di Gilgamesh pose una questione rivoluzionaria: la verità della Bibbia non era dunque la più antica?
Ancora una volta la conoscenza archeologica aveva fatto un enorme passo in avanti nel passato. Nuovi problemi si presentavano: la storia di Ut-napiscti era solo la conferma recata alla leggenda biblica da una leggenda ancora piú antica?
Ma non era stato fino a poco tempo prima ritenuto leggenda anche tutto ciò che la Bibbia racconta di questa straordinaria terra tra i due fiumi? E non era apparso che tutte queste leggende contenevano un nucleo di verità?
Non doveva quindi anche la storia del grande diluvio essere considerata qualcosa di più di una semplice leggenda?
A quali remotissimi tempi risaliva la storia della Mesopotamia?
Quello che finora era stato creduto un muro impenetrabile, dietro cui non c'era che l'oscurità delle epoche senza storia, sarebbe presto apparso un semplice velario calato davanti a uno spettacolo ancor più remoto!

Chi è Gilgamesh

Secondo la mitologia mesopotamica Gilgamesh è figlio del divino Lugalbanda, il terzo re di Uruk, e della dea Rimat- Ninsun, quindi è un semidio. Anzi, siccome Lugalbanda era stato divinizzato, Gilgamesh sarebbe per due terzi dio e per un terzo uomo. La tradizione dice che avrebbe regnato su Uruk per 126 anni e infatti la Lista reale sumerica, trovata su una tavoletta d'argilla dice:
Il divino Gilgamesh
– suo padre è uno sconosciuto –
signore di Kullab, regnò 126 anni;
Urlugal,
figlio di Gilgamesh,
regnò 30 anni.

Lo scrittore greco Eliano, nella sua opera De natura animalium (La natura degli animali), racconta in questo modo la nascita di Gilgamesh:

Vi era una volta in tempi lontani un re,
il suo nome era Enmerkar, signore della città di Uruk.
A lui gli indovini avevano profetizzato:
"Colui che tua figlia partorirà,
ti priverà della regalità".
Il re allora fu preso da paura, e affinché ciò non si verificasse,
rinchiuse la vergine in una torre;
la fece sorvegliare giorno e notte.
Essa però partorì di nascosto un figlio di nessuno,
perché la decisione degli dei è immutabile.

I guardiani, terrorizzati per l'ira del sovrano,
buttarono giù il bimbo dalla torre.
Ma un'aquila avendolo scorto con la sua vista acuta,
afferrò con i suoi artigli il bimbo prima che si sfracellasse al suolo,
e lo portò in un palmeto dove lo depositò dolcemente.
Il giardiniere scoprì il bel bambino,
se ne innamorò e lo allevò:
Gilgamos gli diede come nome.
Cresciuto e diventato adulto, Gilgamos spodestò dal trono Enmerkar,
il padre di sua madre.
Così si avverò la profezia divina.

Secondo queste testimonianze, Gilgamesh sarebbe figlio di uno sconosciuto e questo starebbe forse a spiegare la sua origine divina.
In realtà Gilgamesh non è una figura storica, ma è un simbolo, la sintesi di tutti i valori in cui i Sumeri e poi i Babilonesi credevano, è una sorta di intermediario tra la terra e il cielo. In questo senso Gilgamesh è sicuramente divino quando sconfigge mostri o affronta gli dei a viso aperto, ma è profondamente umano quando mostra le sue angosce, le sue ansie, il suo desiderio insoddisfatto di immortalità. In questa ambivalenza sta il fascino di questa figura, vero modello per ogni re della Mesopotamia.

La trama delle storie nella versione babilonese

La trama di questo grande poema è complessa e articolata.
In esso confluiscono alcuni poemi dell'epoca sumerica e altre storie affermatesi in epoca posteriore.
Nel prologo il poeta presenta la figura di Gilgamesh e la sua vita esemplare: il sovrano di Uruk non è stato solo un grande re della Mesopotamia, ma si è preso a cuore le sorti dell'intera umanità, cercando di liberarla dal suo incubo peggiore: la morte. Fin dal prologo l'autore avverte che i tentativi di Gilgamesh saranno vani: egli non riuscirà a liberare gli uomini dalla morte, ma acquisterà però una saggezza simile a quella degli dei.
Il primo episodio descrive la nascita e l'incivilimento di Enkidu, che diverrà il più fedele compagno di Gilgamesh.
Gli dei raccolgono i lamenti dei giovani e delle madri di Uruk perché il loro re chiama tutti continuamente alla guerra e decidono di far nascere una creatura
che combatta per Gilgamesh e faccia sì che gli altri vengano risparmiati. Nasce Enkidu, che è raffigurato come un selvaggio animalesco, in contrasto con la cultura e la raffinatezza di Gilgamesh. Un giorno un cacciatore
lo incontra mentre bruca l'erba e si rotola nel fango e rimane tanto atterrito da riferire tutto a Gilgamesh.
La sentenza del re è che Enkidu, per civilizzarsi, dovrà provare l'amore e quindi ordina che una prostituta venga portata da lui. Enkidu fa l'amore con la donna
e da quel momento perde la sua forza selvaggia, gli animali lo fuggono, ma acquista l'intelligenza e il sapere.
La prostituta e alcuni pastori gli fanno conoscere il cibo e le bevande umane e lo vestono così che possa presentarsi a Uruk dal re. Giunto in città, si scontra subito con Gilgamesh, ma tra i due nasce un sentimento di amicizia e l'eroe lo prende con sé perchè partecipi alle sue avventure.
Il secondo episodio non è altro che il poema sumerico dal titolo Gilgamesh e Khubaba. Il testo originale antico viene ampliato, ma la storia è la stessa.
Il terzo episodio vede l'eroe ed Enkidu tornare a Uruk festanti, dopo aver ucciso Khubaba. A questo punto si innesta un altro poema che già conosciamo e cioè Gilgamesh e il Toro celeste, di origine sumerica.
Il quarto episodio inizia con i festeggiamenti per l'uccisione del Toro celeste. Gli dei, però, considerano una grave colpa avere ucciso Khubaba e il Toro e decidono che uno dei due responsabili deve morire. Il prescelto è Enkidu, che viene colpito da una misteriosa malattia.
Prima di morire, il compagno di Gilgamesh è afflitto da sogni paurosi e vede gli Inferi popolati da personaggi mostruosi. Morirà dopo dodici giorni di terribile agonia.
Il quinto episodio ha inizio con il pianto disperato di Gilgamesh per la morte dell'amico. Egli decide di cercare l'immortalità e si reca, per avere una risposta, da Utnapishtim, l'unico uomo sopravvissuto al Diluvio Universale e quindi vincitore della morte. Questi gli racconta l'episodio del Diluvio e come egli sia stato scelto dagli dei per salvarsi e perpetuare la specie umana, ma gli dice anche come non ci sia alcuna salvezza dalla morte.
Prima di congedarlo, gli svela che in fondo al mare cresce la pianta dell'irrequietezza, che rende giovani i vecchi e può così ritardare la morte. Gilgamesh riesce a pescarla, ma un serpente gliela mangerà. La delusione, dunque, è totale e l'eroe torna mestamente a Uruk.
L'epilogo, dunque, è una mesta riflessione sulla triste sorte degli uomini, vittime della morte, mentre il loro spirito anela all'immortalità.
In una versione sumerica più antica sono rimasti 100 versi che descrivono la morte disperata di Gilgamesh e la sua discesa agli Inferi.

Gilgamesh cerca la pianta che fa riacquistare la gioventù

Il vegliardo alzò gli occhi e fissò seriamente in volto l'eroe e gli disse: "Gilgamesh, ti svelerò un segreto. Nelle profondità del mare vi è una pianta. Ha l'aspetto di un biancospino, e le sue spine pungono come quelle di una rosa. Se un uomo riesce a impossessarsene, egli può, assaggiandola, riacquistare la gioventù". Quando Gilgamesh udì queste parole, si legò ai piedi delle grosse pietre e si tuffò nei profondi abissi del mare:
e lì, sul letto dell'oceano, scorse la pianta. Non curandosi delle sue spine, l'afferrò tra le dita, si liberò dalle pietre, e attese che la marea lo riconducesse a riva.
Allora mostrò la pianta a Urshanabi, il nocchiero, e disse:
"Guarda, ecco la famosa pianta che ha nome Vecchio, ringiovanisci! Chiunque la assaggi acquista altri anni di vita! Io la porterò a Erech, e la darò da mangiare agli uomini: così, per lo meno, avrò una ricompensa alle mie fatiche".
Dopo aver riattraversato le insidiose acque e aver raggiunto la riva, Gilgamesh e il suo compagno intrapresero il lungo viaggio a piedi che doveva condurli alla città di Erech. Dopo aver percorso cinquanta leghe, videro poter trascorrere la notte. Videro una fresca sorgente.
"Fermiamoci qui", disse l'eroe "e io mi bagnerò nelle acque di questa sorgente". Così si tolse di dosso le vesti, posò la pianta in terra e andò a bagnarsi nella fresca sorgente. Ma, appena ebbe voltato la schiena, ecco, un serpente uscì dalle acque e, odorato il profumo della pianta, la rapì. E non appena l'ebbe assaggiata, subito mutò la pelle e riacquistò la gioventù. Quando Gilgamesh vide che la preziosa pianta era ora perduta per sempre, si mise a sedere e pianse. Ma dopo poco si alzò e, rassegnato infine al destino di tutta l'umanità, fece ritorno alla città di Erech, al paese da dove era venuto.

Suicidi di massa ai tempi dei Sumeri

Una tesi di Giovanni Pettinato: il sovrano si sarebbe fatto seppellire con la sua corte nel letto dell' Eufrate Gilgamesh, suicidio di massa al tempo dei Sumeri Tutto merito della «stanza dell' esorcista», trovata due anni fa a Me-Turan, se il mito di Gilgamesh cambia a sorpresa il suo finale: il mitico re di Uruk muore di propria volontà e si seppellisce insieme alle mogli, ai figli, agli anziani, nel letto dell' Eufrate. Quello di Gilgamesh e della sua corte è dunque il primo grande suicidio di massa nella storia della cultura scritta. Un mito capace di spiegare le sepolture collettive scoperte a Ur nel 1933 da Leonard Woolley, che individuò due sepolcri con ottantadue corpi: il re, le sue due mogli e poi dignitari, suonatori, danzatrici. Un' altra tomba reale fu scoperta a Kish, risalirebbe al 2600 avanti Cristo: sessanta persone sepolte insieme, probabilmente vive. «Una volta tanto mito e storia vanno a braccetto», ironizza il professor Giovanni Pettinato, accademico dei Lincei, titolare della cattedra di Assiriologia a «La Sapienza» di Roma. E veniamo alla «stanza dell' esorcista» di Me-Turan, che sorge lì dove confluiscono il Djala e il Tigri. Spiega Pettinato, che ha svelato la sua scoperta domenica scorsa a Firenze durante il terzo incontro di «Archeologia viva»: «In una delle due stanze erano conservati i "testi del mestiere", quindi esorcismi o formule per annullare una divinazione negativa o il malocchio. Nell' altra stanza abbiamo trovato non solo copie di alcuni poemi epici ma anche quattro racconti di Gilgamesh. Testi che risalgono al 1900 avanti Cristo: un notevole passo avanti, poiché il famoso testo di Ninive è "solo" del 700 avanti Cristo. Questa scoperta ci conduce, insomma, ben più vicino alla realtà dei Sumeri». Ma dov' è la novità «narrativa», come e perché il mito cambia di segno? Spiega Pettinato: «Fino a oggi la narrazione ricostruiva la ricerca, da parte di Gilgamesh, dell' immortalità. Il re di Uruk aveva deciso - da buon sovrano - di non usare per sé "la pianta dell' eterna giovinezza" ma di offrirla al popolo dei vecchi della sua città». Le dodici tavole di Ninive si fermavano qui, alla sconfitta di Gilgamesh che perde la pianta dell' immortalità per colpa di un serpente, all' elogio da parte di Gilgamesh delle possenti mura di Uruk. «Ignoravano la fine del mito. Anche Franco Battiato, che gli ha dedicato un' opera musicale, trasforma Gilgamesh in un saggio sunifico». Da quel buco nero parte il nuovo racconto svelato dalle stanze dell' esorcista di Me-Turan: «Gilgamesh, grazie a un sogno, capisce che non potrà conquistare l' immortalità ma comprende che il suo regno dovrà pur finire. Impresa difficile per chi, come Gilgamesh, era per due terzi divino, in quanto figlio di dea, e per un terzo umano». Ed ecco l' idea del re: «Fa deviare le acque dell' Eufrate "fino a quando il letto del fiume è capace di vedere i raggi del sole". Poi fa costruire un ipogeo fatto di pietra serpentina e con un tetto d' oro. E lì si chiude, alla fine dei lavori, con le mogli, le concubine, la servitù, gli anziani. Poi ordina di far affluire l' acqua affinché, così dice il testo, "nessuno avesse mai più notizia della tomba"». Il tassello narrativo individuato nelle due stanze, conclude Pettinato, è dunque fondamentale anche per capire il perché dell' assenza di dinastie sumere: i figli dei re morivano coi padri. E chissà cos' altro nasconde quell' area archeologia che oggi si trova in territorio irakeno. Pettinato pensa alla guerra: «Abbiamo eccellenti contatti scientifici con i colleghi di Bagdad, nonostante l' embargo. Mi auguro che la guerra non torni a bloccare tutto. Sarebbe un disastro per la gente di lì, per noi studiosi, per la cultura in generale: basta una campagna di scavi organizzata con pochi fondi e in condizioni difficili per regalarci un gioiello come quei nuovi testi». Fonte

Gilgamesh, un mito, una leggenda o realtà?

Gli archeologi in Iraq ritengono di aver trovato la tomba perduta del Re Gilgamesh, protagonista del più antico “libro” della storia.

L’Epica di Gilgamsh – scritta da uno studioso mediorientale 2500 anni prima della nascita di Cristo- commemorava la vita del sovrano della città di Uruk, dal quale l’Iraq reca il suo nome.Ora una spedizione tedesca, ha scoperto quello che si ritiene essere l’intera città di Uruk – incluso il luogo in cui una volta scorreva il fiume Eufrate, l’ultima dimora del suo famoso Re.“Non voglio dire in modo conclusivo che questa fu il luogo di sepoltura del Re Gilgamesh, ma sembra molto simile a quello descritto nell’epica” ha dichiarato alla BBC Jorg Fassbinder, del Dipartimento Bavarese di Monumenti Storici di Monaco.Nel libro – in realtà una serie di tavolette d’argilla incise – si dice che Gilgamesh fu sepolto sotto l’Eufrate, in una tomba apparentemente costruita quando le acque dell’antico fiume si ritirarono a seguito della sua morte.“Abbiamo trovato appena fuori dalla città, in un’area che corrisponde all’antico letto del fiume Eufrate, i resti di un edificio che potrebbe essere interpretato come monumento sepolcrale” ha dichiarato Fassbinder.Il ricercatore ha anche spiegato come la scoperta dell’antica città sotto il deserto iracheno sia stata resa possibile dalla moderna tecnologia.“Per differenze nella magnetizzazione del suolo, si possono trarre molte informazioni dalle profondità della terra” ha aggiunto Fassbinder.“La differenza tre mattoni di fango e sedimenti del fiume Eufrate ci ha permesso di individuare una struttura molto dettagliata.”. E’ stato così creato un magnetogramma, che una volta convertito in mappa digitale, ha riprodotto una carta dell’antica città di Uruk.“La cosa più sorprendente è che abbiamo trovato strutture già descritte da Gilgamesh” ha dichiarato Fassbinder.“Abbiamo coperto nella nostra disamina più di 100 etteri. Abbiamo trovato strutture di giardini e campi come descritti nell’epica e case babilonesi”.Ma ha dichiarato che la scoperta più spettacolare è un sistema di canali incredibilmente sofisticato.“Possiamo vedere chiaramente nei canali resti di strutture che indicano come le inondazioni periodiche distruggessero alcune abitazioni; il sistema doveva essere molto ben sviluppato.“Era come una Venezia del deserto”. fonte

 

Copyright © 2008 by PHP-Nuke 8.1 WL-Ed.. All Rights Reserved. PHP-Nuke is Free Software released under the GNU/GPL license