Basta

I segreti del "disclosure project"

Disclosure_projectDi misteri, si sa, è pieno l'universo. Inutile dire che sono innumerevoli i segreti che ci vengono tenuti nascosti come infinite sono le verità celate o semitaciute che non ci verranno mai esplicitamente dette. Una, ad esempio, è che il governo statunitense copre l’evidenza degli UFO da oltre 50 anni. La storia ha una data, un inizio e un luogo.

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IlluminatiCome dice la parola stessa gli Illuminati sono i portatori di luce, quelli che sanno, ma la loro luce è, apparentemente, Lucifero o Satana. Appartengono a tredici delle più ricche famiglie del mondo e sono i personaggi che veramente comandano il mondo da dietro le quinte. Vengono anche definiti la Nobiltà Nera, i Decision Makers, chi fa le regole da seguire per Presidenti e Governi.

Urzi
 "È giunto il momento di alzare il velo di segretezza che circonda l'esistenza degli Ufo e di far emergere la verità affinché la gente sia messa a conoscenza di uno dei più importanti problemi che la Terra si trova ad affrontare". (Paul Hellyer)

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La Macchina delle copie

copie

Questa volta vogliamo partire da un particolare emerso dai racconti degli addotti in Italia e
ancora prima negli U.S.A. Ad esempio (Linda Porter, 1963 Porterville, California.) la formazione
delle copie,che avviene all'interno di cilindri, sottolineando il fatto che, non vogliamo ripetere
quanto già conosciuto in merito a tale argomento, ma che si vuole soltanto trovare una possibile
spiegazione al funzionamento del meccanismo di copiatura .
Dalla testimonianze raccolte risulta che l'addotto viene introdotto in un contenitore
cilindrico trasparente totalmente immerso in un fluido caldo più denso dell'acqua e meno dell'olio
(così descritto dagli addotti) di colore verdastro dove è possibile respirare.
Il fatto che in poco tempo gli alieni e alcuni fazioni militari, riescano a creare una copia di
un individuo, uguale in tutto e per tutto, (tranne per la caratteristica di avere l'innesto di un' anima),
è molto interessante.

Indagine Filosofica sul disadattamento e sulle dificoltà comunicative dell'uomo nel contesto sociale contemporaneo


27 Luglio, 2011 | Category : Attualità | Author: Filosofiaelogos | Commenti

Se le formalità o le superficialità, diventano le caratteristiche dei rapporti umani, allora la società civile, nata dall’espansione della coscienza umana in seguito all’intervento dello spirito, e, grazie alla quale, l’uomo primitivo è potuto uscire da una condizione di dipendenza istintiva e costruire la civiltà, non è più a dimensione umana. La perdita di valori fondamentali, conquistati progressivamente dalla razionalità umana, conducono l’uomo a sperimentare la solitudine mentre  sta in compagnia e l’amicizia diventa condivisione di tempo e non più di sensazioni.
La filosofia, davanti a queste realtà sociali, si chiede: “ma il disadattato deve essere, allora, identificato in colui che non riesce ad adeguarsi all’ambiente circostante, o, viceversa, è invece proprio colui che è riuscito a inserirsi negli attuali ritmi sociali ? ”
Al di la delle belle disquisizioni intellettuali, non dobbiamo trascurare che l’equilibrio umano è proprio l’abilità dell’uomo di adattarsi alla realtà circostante con tutte le difficoltà che possa presentare.
E’ proprio in questa capacità di autoregolazione tra i suoi bisogni interiori e l’ambiente che l’individuo, intervenendo su degli aspetti del suo comportamento riesce a raggiungere un equilibrio con la sua persona. Inquadrato da questo punto di osservazione, il disadattamento, è il risultato dell’incapacità dell’uomo di conquistare quelle norme comportamentali richieste dalla società e di riuscire a interagire con essa nei suoi singoli aspetti quali possono essere, la scuola, il luogo di lavoro, la famiglia, il gruppo degli amici e così via. Analizzato, sotto questo profilo, bisogna rilevare che non sempre, per l’uomo, essere riuscito ad adattarsi è indice anche di un rapporto positivo nei confronti della realtà circostante che può essere un ambiente socialmente e culturalmente povero, accettare passivamente, senza ribellarsi, condizioni che dovrebbero al contrario essere invece combattute e modificate
I molteplici ambienti dove l’uomo “gioca” la partita con la vita, rendono comunque difficile definire i termini, adattamento e disadattamento. Un ragazzo disadattato a scuola, può essere al contrario un ragazzo ben adattato con il gruppo degli amici, un altro ragazzo, apparentemente adattato, può presentarsi con difficoltà a superare i cambiamenti dovuti a situazioni esistenziali come il cambio di abitazione o di istituto scolastico.
La lettura del comportamento sociale del disadattamento, è affrontata principalmente da due teorie, quella innaturista e quella ambientalista.
Per la teoria innaturista, il disadattamento dell’uomo è da ricercare in alcune componenti innate che gli rendono difficile il processo sociale di adattamento.
Per la teoria ambientalista, il disadattamento ha delle cause da ricercarsi non nell’uomo, ma nella realtà circostante in cui è inserita la sua esistenza e di cui egli non è responsabile.
In alcuni casi però le difficoltà del soggetto disadattato, sono il risultato di instabilità di fattori innati e di realtà prodotte dall’ambiente circostante.
Da non trascurare è anche il possibile disadattamento inquadrato come “difficoltà della comunicazione”, dovuta alla “rete” in cui è inserito, perché non sempre l’uomo riesce a interpretare i messaggi che gli arrivano e quindi a rispondere adeguatamente.
Essere parte di una struttura comunicativa e non riuscire a dominare la posizione  comporta un grosso disagio. Succede nell’ambiente scolastico, dove l’alunno, inserito in una rete o sistema di comunicazione complessa, se non riesce adeguatamente a decodificare il contenuto per le sue finalità, va incontro a disagi e quindi a conseguente disadattamento scolastico.
Ecco perché il comportamento dell’uomo, è sostanzialmente, lo specchio della sua condizione esistenziale.
Ma per adeguatamente disquisire in merito al disadattamento, non è possibile, per la sua completezza, se, nello stesso tempo, non concludiamo anche, cosa stabilisce che una persona è adattata.
Ma per definire che una persona è adattata, bisogna stabilire anche che è “normale”.
E’ definito socialmente normale un comportamento di una persona, la cui “norma” o modalità di vita è da tutti accettata
In riferimento allora alla matematica statistica, è , considerato normale un comportamento condiviso dalla maggioranza delle persone in riferimento a un contesto sociale.
E’ considerato anche normale, un comportamento da parte di una persona se quelle modalità sono oggettivate, cioè, comunemente seguite, dalle persone dell’ambiente in cui vive.
E’ considerato pure normale un comportamento che ha una “norma ideale”, un protocollo di formalità, capace di ricevere un consenso allargato.
E infine è definito anche comportamento normale, la “norma funzionale”, quell’insieme di modalità espressive che non creano scandalo nell’ambiente in cui si attua il vissuto.
Ecco che è difficile definire i margini della normalità comportamentale oltre i quali comincia il disadattamento.
In alcuni casi il disadattamento di un individuo, arriva, al termine di un periodo di frustrazioni, originate psicologicamente, da cause esterne di ordine fisico, o da varie cause interne o per incapacità di modificare un comportamento abituale, alle quali, a un certo punto, non è più in grado di resistere per il raggiungimento di una meta.
Le difficoltà dell’uomo a soddisfare i bisogni, determinano, una tensione psichica, le cui frustrazioni possono arrivare a determinare disadattamenti anche gravi e in alcuni casi addirittura irreversibili.
Il disadattamento è una condizione che può manifestarsi anche attraverso sentimenti di insoddisfazione, di inferiorità, di fallimento, che possono restare nascosti in un apparente inserimento sociale che però ad uno studio dei soggetti è manifestamente visibile, molte patologie ansiose e depressive, così come molte posizioni politiche o sociali di protesta, sono la conseguenza  di ricerca di ambizioni senza le necessarie capacità.
Sono, le varie forme di, “aggressività , instabilità, iperemotività, tracce di apatia,  la dipendenza affettiva e le difficoltà a socializzare”, i lati più concreti del disadattamento umano
La forma più comune di “aggressività” è la contestazione delle regole sociali le cui manifestazioni più comuni sono, il rifiuto del soggetto a essere richiamato per un suo determinato comportamento, le posizioni difensive che assume e le modalità provocatorie in un contesto di discussione.
Molte volte, un ambiente familiare eccessivamente dominante, con la supervalutazione del soggetto in merito alle aspettative riposte in lui e dal suo rifiuto delle figure genitoriali, si determinano le cause dell’aggressività adolescenziale.
L’“instabilità”, è facilmente individuabile nella difficoltà a mantenere l’attenzione e la concentrazione nel tempo.
Il soggetto è sempre in agitazione e in movimento, ha interessi vari dipendenti dagli stimoli prodotti dalle circostanze.
Facilmente si proietta in imprese nuove senza considerazione per quelle precedenti.
Siamo davanti a un soggetto caratterialmente debole e istintivo fortemente sensibile agli eventi esterni.
All’origine dell’instabilità molte volte possiamo riscontrare un nucleo genitoriale conflittuale sia nei loro reciproci sentimenti sia circa l’educazione del figlio.
Nei soggetti “iperemotivi”, le situazioni esterne hanno una marcata influenza, facilmente gli stati emotivi toccano punte opposte tra loro come gioia e tristezza.
Anche la condizione dell’“iperemotivo”, genera difficoltà di concentrazione su molte sue facoltà con conseguente ridimensionamento delle stesse.
Le emozioni lo bloccano o gli procurano forte agitazione. All’origine di questo problema, sono riscontrabili molte volte una famiglia disunita e un nucleo genitoriale eccessivamente dominante.
L’“apatia”, l’indifferenza abituale, è la caratteristica di quei soggetti che lasciano passare le stimolazioni esterne senza lasciarsi coinvolgere in esse.
Si pongono in genere lontani dalla realtà, senza rilevanti interessi, distanti dagli affetti, sono indifferenti ai risultati del mondo. Si avvicinano molto ai soggetti autistici.
Siamo davanti a individui che mostrano palesemente le conseguenze dei drammi delle carenze affettive nelle varie modalità.
La “dipendenza affettiva” è tra le espressioni comportamentali del disadattamento, quella più difficilmente rilevabile ma sempre importante nel disegno diagnostico.
Questo soggetto, è caratterizzato da una ricerca continua di tenerezza che non ha avuto durante l’infanzia. Dalla sua più o meno soddisfazione relazionale scaturiscono, approvazione o rifiuto del rapporto, alla ricerca continua di affetto generando purtroppo solo relazioni immature e per nulla soddisfacenti il bisogno di felicità.
E infine, tratto, l’ultimo aspetto del disadattamento che è quello della “difficoltà a socializzare”.
L’ho posto, non a caso, alla fine di quest’indagine, perché, può facilmente abbinarsi alle condizioni che ho precedentemente affrontato.
Il disadattamento è costituito, in questo caso, dalla ripetizione, da parte del soggetto, di una medesima espressione in circostanze differenti e con reazioni sempre sproporzionate in riferimento alla situazione esterna del momento.
L’uomo disadattato è un individuo che non riuscirà mai a stabilire un rapporto definibile equilibrato con la realtà circostante. Le sue modalità comportamentali, sono vissute in una costante ansietà che tende a  soggettivizzare la relazione con il mondo impedendo un reale incontro con esso, cosa, che, può portare, verso i drammi, della droga, della delinquenza adolescenziale, alterazioni psichiche, particolari forme depressive e così via.
Ritengo, per concludere questo tema, che solo adeguati interventi pedagogici che rivedono strutturalmente la società, che rimettano l’uomo al centro di ogni intervento politico per il suo diritto a essere felice,  vertice di ogni diritto umano, possa realmente definirsi intervento concreto alla risoluzione delle conseguenze dei drammi del disadattamento e delle difficoltà comunicative. Ma per arrivare a questo bisogna che chi e investito a decidere in tal senso abbia anche una chiara idea dell’uomo, cosa, che dal tramonto della civiltà greca classica in poi, è purtroppo  gradatamente scomparsa dalla cultura politica. Le società successive, troppo incentrate su interessi mondani e commerciali,  hanno finito per creare quelle condizioni sociali alla base delle nevrosi umane, cause del disadattamento e delle difficoltà comunicative.
Le molteplici specializzazioni terapeutiche per affrontare i disagi esistenziali dell’uomo non a caso sono tipiche invenzioni di queste società a dimostrazione che siamo davanti a contesti sociali non più a dimensione umana, ma peggio ancora, malati! E’ cosa più assurda è quando il terapeuta presume di poter curare un disagio psichico ad un altro quando lui a sua volta è in una situazione conflittuale psichica simile se non addirittura peggiore.  E poi, un’altra invenzione di queste società, la pietosa piaga dei psicofarmaci, un ennesimo emblema del fallimento sociale, individui ridotti all’incapacità di affrontare veramente le loro nevrosi e guarire. E questi comportamenti, estremamente gravi, sono il risultato di scelte pedagogiche e di trasmissione di valori sbagliati che conducono l’uomo a  vivere una vita senza cercare di realizzare la sua dignità, ma solo di come soddisfare, giorno per giorno, il desiderio dell’effimero piacere sensibile, ormai suo vero padrone assoluto. A tratti il comportamento umano è addirittura retrocesso al di sotto della condizione stessa in cui si trovava l’uomo primitivo quando era governato dalla sola natura istintiva: determinate sue azioni nelle attuali società sono talmente aberranti da non riscontrare praticamente nessuna similitudine nella storia del circostante mondo animale. E’ l’indifferenza dell’umanesimo esclusivo, dell’umanesimo disumano di fronte alla sofferenza dei suoi simili! 
Impiegato socialmente sempre più come mezzo, cosa che dimostra inconfutabilmente che manca in queste culture un idea chiara dell’uomo, questo, porta in concreto ad affermare, che una società che arriva a porsi un fine che non è l’uomo, sostanzialmente vuol significare che non si pone nessun fine, cioè, nessun obiettivo che non è un fine dal momento che non conduce a giustificare i mezzi utilizzati. E una  società del genere che arriva a porsi un fine senza che giustifichi i mezzi, ha creato, praticamente un fine assurdo in quanto non ha rapporti con l’uomo e quindi con la civiltà.
Recuperare allora la giusta dimensione sociale è una necessità fondamentale per continuare a costruire il futuro dell’uomo verso la sua piena dignità come le radici della filosofia occidentale hanno trasmesso e per evitare che l’istinto di morte apra irreversibilmente il baratro della sua autodistruzione.

 
Dott. Raffaele Bocciero

 

                                                                                    BIBLIOGRAFIA

Scheflen A. R., Il Linguaggio del comportamento, Editore Astrolabio, 1977

Moscovici S., La relazione con l’altro, Editore Raffaello Cortina, 1997

Andolfi M., Forghieri P., Adolescenti tra scuola e famiglia, Editore Raffaello Cortina, 2002

Wynne L. C., Shields C. G., Sirikin M. I., Malattia, teoria sulla famiglia e terapia familiare, in “Terapia Familiare”, 40, novembre, A. P. F., Roma 1992

Malagoli Togliatti M., Telfener U., Dall’individuo al sistema, Editore Bollati Boringhieri 1991

Winnicott D. W., Sviluppo affettivo e ambiente, Editore Armando 1981

 Rispoli L., Terapia tra corpo e mente, Editore Riza Scienze, 1992

Tinbergen N., Il comportamento sociale degli animali, Editore Einaudi, 1969


 

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